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Selay Ghaffar: storie di donne e di bambine nell’Afghanistan “liberato”

PISA NOTIZIE – 10/10/12 – Maria Scermino

Ieri un incontro presso la Casa della Donna di Pisa con la direttrice di Hawca e voce tra le più autorevoli della società civile afghana in materia di diritti umani e in particolare di violenza sulle donne: “Benché in Afghanistan la nuova legislazione vieti il matrimonio ai minori di 16 anni le bambine continuano a sposarsi a 12 anni; e i casi di suicidio femminile sono in costante aumento”.

Sala gremitissima ieri pomeriggio alla Casa della Donna per l’incontro con Selay Ghaffar, direttrice di Hawca e voce tra le più autorevoli della società civile afghana in materia di diritti umani e in particolare di violenza sulle donne e sulle bambine.
Unica donna afghana invitata alla Conferenza internazionale di Bonn nel dicembre 2011, la storia di Selay Ghaffar parte da molto lontano. Aveva tredici anni nel 1992, quando insieme ad altri giovanissimi  decise di fondare Hawca (Humanitarian Assistance for the Women and Children of Afghanistan), l’associazione umanitaria indipendente destinata poi a diventare – insieme a RAWA punto di riferimento principale nella lotta alla violenza sulle donne in Afghanistan.

“Tra i primissimi collaboratori di Hawqa – ricorda Ghaffar – vi furono sin dall’inizio alcune organizzazioni umanitarie italiane”. Collaborazioni che col tempo si sono fatte sempre più estese e ramificate: oggi HAWCA lavora con alcune tra le maggiori ONG italiane, come Pangea, ActionAid, ICS e COSPE. Ed è proprio dal COSPE (Cooperazione per lo Sviluppo dei Paesi Emergenti) che è partito l’invito per visitare il nostro paese, in un tour tra Roma e Milano, con tappa alla storica Casa della Donna di Pisa.

“La Toscana è tra i finanziatori dei nostri progetti in Afghanistan, in un certo senso un’avanguardia rispetto alle altre regioni italiane”, afferma Silvia Ricchieri del COSPE, che accompagna Ghaffar e traduce il suo inglese. Ed è un quadro fosco quello tracciato dall’attivista afghana, il quadro di un paese in cui la violenza – lungi dall’essersi estinta dopo l’intervento militare e la caduta del regime talebano – è in continuo aumento.

“Secondo gli ultimi rapporti stilati dall’ONU e dal governo afghano – illustra Ghaffar – l’87% delle donne afghane subisce violenza, fisica, psichica o sessuale. E ad essere in aumento – sottolinea – non sono tanto le violenze in ambito domestico, ma quelle compiute dalle autorità”. Quali autorità? Ghaffar spiega: le chiama “violenze istituzionali”, perché vengono perpetrate da esponenti del governo, da parlamentari, ministri o da membri delle loro famiglie. Donne vendute, ridotte alla prostituzione o costrette al narcotraffico.
La realtà ammessa dagli stessi rapporti governativi è questa: molto spesso a capo di questi traffici stanno quegli stessi uomini che, in teoria, dovrebbero garantire la transizione democratica del paese.

“Nonostante il Parlamento formalmente abbia approvato una serie di leggi anti-violenza, nulla è cambiato nella vita delle donne afghane. L’apparato giudiziario – dalla polizia fino ai giudici – si oppone alla nuova legislazione e così garantisce l’assoluta impunità ai responsabili di tali atti”. Soprattutto se si tratta dei nuovi padroni del paese, quelli che hanno preso il controllo dopo la caduta dei talebani.

“Benché la nuova legislazione vieti il matrimonio ai minori di 16 anni – insiste – le bambine continuano a sposarsi a 12 anni; e i casi di suicidio femminile sono in costante aumento”.

Insomma, proprio nulla è migliorato per le donne afghane dopo l’intervento nel paese delle forze armate internazionali?
“Molto poco. Benché la legge elettorale oggi preveda che una quota di seggi sia riservata alle donne, la norma è continuamente disattesa. Le pochissime donne presenti in parlamento sono quelle selezionate dai capi partito e – dunque – organiche alle loro logiche. In Afghanistan oggi non vi è alcuna rappresentanza per le organizzazioni democratiche, perché i gruppi di potere hanno occupato tutti gli spazi dello Stato”.
Per Hawca garantire l’accesso delle donne all’istruzione è un obiettivo di primaria importanza, ma anche su questo fronte le notizie non sembrano affatto buone: “Dopo la fine della guerra furono in effetti aperte molte scuole per bambine, ma ciò nonostante il tasso di alfabetizzazione femminile è ancora bassissimo: tra l’8 e l’11%”. Come mai? “Le scuole femminili sono costantemente obiettivo di atti terroristici: frequentissimi i casi di bambine ferite o uccise mentre vanno a scuola. Il governo, da parte sua, non garantisce alcuna misura di sicurezza, ma appena si verificano episodi di violenza intorno ad una scuola ne approfitta per chiuderla, incamerando il risparmio nel proprio budget. Con questo sistema sono state chiuse solo nell’ultimo anno 300 scuole femminili. Sono sempre quelle le prime a subire i tagli di bilancio”.

“Dalla fine della guerra a oggi sul paese sono letteralmente piovuti milioni di dollari, senza che a queste ingenti risorse corrispondesse un vero miglioramento nelle condizioni di vita. Si è calcolato che almeno un sesto del bilancio afghano vada perduto ad ingrassare i meccanismi della corruzione politica. Tenete conto – conclude Ghaffar – che la comunità internazionale finanzia per il 90% il bilancio afghano, e anche l’Italia vi contribuisce, naturalmente, con denaro pubblico”. Come a dire: controllate meglio se i vostri eletti spendono bene i vostri soldi.
100mila euro: questo il costo annuale di una casa rifugio gestita da Hawqa. Un costo che da solo restituisce la misura di quanto si sarebbe potuto fare in Afghanistan, se invece di finanziamenti a fondo  perduto si fossero predisposti aiuti mirati e condizionati a obiettivi specifici.

“Vite preziose”: è questo il nome dell’ultimo progetto lanciato da Hawca in Italia, in collaborazione con L’Unità. Finora ha visto l’adesione di un ventina di partecipanti, ma si trattava solamente di una versione pilota. Ora Selay Ghaffar vuole farla partire con nuovo impulso. Oltre al supporto finanziario, quello che conta in questo progetto è il sostegno morale: il meccanismo è simile a quello delle adozioni a distanza, ma più paritario, con un sostegno solidale da donna a donna. L’idea è quella di farle comunicare tra loro, magari via skype. “Sentire la vicinanza di una donna straniera, può offrire una motivazione molto forte alle donne afghane che escono dalla casa rifugio, costituendo un momento fondamentale nel loro processo di liberazione”.

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