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ROMA 23 OTTOBRE, SEMINARIO “AFGHANISTAN IN GUERRA: PAROLE ALLE DONNE”

di Simona Cataldi – C.I.S.D.A. Roma

Ringrazio di cuore la Dr.ssa Scarcia e la Casa Internazionale delle Donne per l’invito a partecipare a questo interessante ciclo di seminari che ci dà l’opportunità preziosa di illustrare nonché di portare la nostra testimonianza sulla condizione delle donne in Afghanistan. Condizione che da sempre riflette fedele e al di là di ogni tipo di retorica, lo stato di salute reale di un paese in termini di democrazia e stato di diritto.

Un tempo le violenze e le atrocità commesse nei confronti delle donne e la totale negazione che subivano dei più elementari diritti umani erano sotto i riflettori di tutti gli organi di informazione nazionale e internazionale. Oggi, il principale aspetto messo in luce dai media mainstream è il processo di presa di responsabilità delle istituzioni afghane, a valle del disimpegno significativo della Nato, che resterà nel territorio -sia detto per inciso- , ma senza dovere garantire la sicurezza alla popolazione afghana o al Governo nel processo di pace.
Sembra quasi sottinteso che, a fronte di 12 anni di intervento, siano stati raggiunte, quantomeno in linea di massima, le condizioni di maturità politico-istituzionale necessarie per lasciare che il paese prosegua autonomamente il percorso di costruzione di una democrazia solida e foriera di una pace duratura.

Tuttavia, ancora una volta, sembra che siano interessi “altri” a prevalere su quelli della popolazione e, in particolare, delle donne che non sono coinvolte, se non formalmente, nei meccanismi del processo di pace come prescritto, tra l’altro, dalla Risoluzione ONU 1325 che le riconosce come le prime e più gravi vittime dei conflitti.

L’Afghanistan è uno dei paesi più corrotti al mondo e, secondo l’ultimo rapporto dell’International Crisis Group, sta precipitando verso una crisi politica devastante che sancisce irrimediabilmente il fallimento fattivo della Transizione. Il Governo non ha recuperato credibilità e lo stesso Karzai, riconfermato nel 2009 attraverso un processo elettorale definito tra i più fraudolenti al mondo, sembra sia stato interessato più a mantenere il potere che a mettere in atto le misure necessarie per contrastare l’impunità e il malcostume che compromettono la stabilità e la sicurezza del paese.

 

Non esiste un sistema che faccia applicare le leggi dello Stato, incluse quelle che proteggono le donne. Le jirgas e le shuras tradizionali (vale a dire i Consigli tribali informali) che operano al di fuori del sistema giudiziario formalmente riconosciuto costituiscono una violazione del diritto ad un processo equo e continuano a gestire una stima dell’80% delle dispute, in particolare nelle aree tribali.

Più dei 2/3 delle 700 donne che si trovano nelle carceri afghane sono detenute per “crimini morali” come il reato di zina – vale a dire di rapporti sessuali pre o extra matrimoniali – e la fuga da casa – che viene arbitrariamente associata all’intenzione di commettere adulterio e, quindi, di contravvenire a quanto prescritto dalla Sharia che pure informa la struttura normativa del paese. Le donne, al contrario, nella maggior parte dei casi scappano di casa per sfuggire a matrimoni forzati e ad altre forme di violenza.

Nonostante la legge sull’Eliminazione delle Violenze nei confronti delle Donne, promulgata nell’agosto del 2009, e stando a quanto denunciato dalle principali agenzie NU, il 60% dei matrimoni in Afghanistan sono forzati e di questi, il 57% riguarda donne che hanno meno di 16 anni… Ancora dalle statistiche, l’87% delle donne dichiara di aver subito una violenza e la metà sono sessuali.

La maggior parte delle donne che subisce una violenza sessuale, specialmente nelle province, o non è a conoscenza dei propri diritti – nonostante l’apertura di molte scuole, solo il 15% delle donne è alfabetizzata – o, in ogni caso, decide di non sporgere denuncia perchè non ha nessuna fiducia nelle istituzioni. Da una parte, infatti, l’impunità per lo stupro è molto più comune della condanna, dall’altra lo stupro è un disonore per la famiglia. Disonore che ricade completamente sulla vittima. I cosiddetti “delitti d’onore” per cancellare l’offesa o la galera possono essere le conseguenze della denuncia…

Secondo l’Afghan Women Network -AWN- l’impossibilità di denunciare ha promosso a tutti i livelli la cultura dell’impunità e il suicidio rimane la scelta finale per sottrarsi a un destino che sembra voluto da Dio per la maggioranza delle donne. Non a caso, il numero delle auto immolazioni è purtroppo in continuo aumento.

Selay, direttrice di HAWCA – l’associazione afghana che lavora per garantire assistenza umanitaria a donne e bambini anche sul fronte legale – ha denunciato quali sono gli ostacoli quotidiani che si frappongono al rispetto dei diritti umani, in particolare delle donne. Seppure esistono alcuni strumenti e diritti che garantiscono l’uguaglianza di uomini e donne di fronte alla legge, tuttavia la maggior parte dei giudici sono parte del sistema di potere fondamentalista dei signori della guerra che governano il paese. Sistema che non differisce da quello precedente dei talebani.

Ad essere in aumento, secondo quanto denunciato da Selay, sono le cosiddette “violenze istituzionali” vale a dire quelle perpetrate da esponenti del governo, da parlamentari, da ministri o da membri delle loro famiglie cui l’apparato giudiziario garantisce protezione.

È evidente che la condizione delle donne deve essere analizzata al di là delle apparenze e nell’ambito della cornice più ampia della realtà istituzionale e politica del paese da cui dipende la possibilità di promuovere concretamente la cultura della legalità e, quindi, l’emancipazione femminile. Altrettanto evidente la necessità e l’urgenza di riaccendere i riflettori della stampa per poter monitorare la situazione tutt’altro che risolta.

È lapidario il giudizio di Human Rights Watch nel recente rapporto “I Had To Run Away”, l’Afghanistan, nonostante le misure intraprese, rimane uno dei peggiori paesi del mondo dove essere donna”. Come parte della comunità internazionale che nel 2001 promise la liberazione delle donne, è necessario prendere coraggiosamente atto degli errori commessi e fare pressioni su tutti gli attori in gioco per evitare di perpetrarli tanto più nella delicata fase di Transizione che stiamo accompagnando.

Grazie per l’attenzione.

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