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PROGETTO VITE PREZIOSE A UN PASSO DAL RISULTATO

Di Cristiana Cella, l’Unità, 14 Gennaio 2012
Il progetto Vite Preziose, grazie alla solidarietà di chi ci legge, sta avvicinandosi alla meta. Il gruppo di donne che la Ong Hawca ci ha affidato, sta trovando, passo dopo passo, l’aiuto di cui ha bisogno per uscire dall’emergenza e ricostruire la propria vita.
 
2827617639 300x250I lettori continuano a partecipare e a seguire con affetto le loro amiche afghane. Anzi, questa volta, sono stati più veloci di noi. Pubblichiamo oggi altre quattro storie di donne, arrivate da Kabul, ognuna col suo difficile percorso attraverso la violenza, che, in tutte le sue forme, continua a devastare la vita di donne e bambine in Afghanistan.
Tre di loro hanno già trovato un sostegno. Habeba sarà aiutata dal gruppo, ‘Le donne del Cerchio’: Sonia, Ileana, Valentina, Jolanda, Laura, Paola, Raffaella, Desiré, Gabriella, Fiorenza. Nelab da Lucia, Fariya da Marisa e Italo, Shafeya da Isabella e Nelofar da Laura, Stefania e Martin. Le storie di Shafeya e Nelofar sono state pubblicate la volta scorsa.
Le donne che hanno bisogno di uno sponsor sono:

NELOFAR, a cui serve un aiuto di 10 euro al mese (oppure 120 una tantum) per raggiungere la sponsorizzazione completa.
SHAZIYA, che non ha ancora uno sponsor.
FATOMA. Abbiamo raccontato da tempo la storia di questa bambina, con un grave difetto al cuore che ha bisogno di una costosa operazione per poter vivere e crescere normalmente. Finora le abbiamo devoluto i sostegni ‘una tantum’ dei lettori che le hanno permesso di curarsi e procurarsi le medicine. Ora Hawca ritiene che sia meglio per lei avere un aiuto costante ogni mese, uno sponsor che se ne occupi con regolarità.

 
 
LE STORIE

1) “UNA VITA NUOVA” – STORIA DI HABEBA –
Ho 35 anni e sono di Kabul. 12 anni, è a questa età che l’infanzia finisce per le donne. Non si può dire ‘una vita nuova’ quando ci sposano. Non si può chiamare vita. È un’altra cosa, una guerra forse, ma disarmate. Lui aveva 22 anni. L’ha scelto mio padre, naturalmente. Ha scelto proprio bene. Non era normale, di testa. Malato di mente, così si dice. La furia sempre dietro agli occhi. Dovevo stare molto attenta, spiare i gesti, i segni premonitori della sua rabbia. Mi picchiava, ogni giorno, per sciocchezze, una ragione la trovava sempre. Non lavorava, non faceva niente.
Quando gli chiedevo di cercare un lavoro, perdeva proprio la testa. Ma non c’era soltanto lui. Mia suocera e le cognate si inventavano, ogni giorno, qualche cosa di sbagliato che avevo fatto. Trovavano sempre un motivo per picchiarmi, anche loro che sono donne come me. Forse, così, riuscivano a sfogare la rabbia per quello che avevano, a loro volta, subito.

Quattro anni sono passati così e due figli sono arrivati. So cucire bene, facevo questo per trovare un po’ di soldi per i bambini. Un giorno, a furia di botte, mi ha cacciato fuori di casa. Mi ha lasciato lì, in mezzo alla strada. Sono andata da mio padre, ho pensato che mi avrebbe protetto, che avrebbe capito. Forse perfino si sarebbe pentito di avermi dato a quell’uomo. Mi sbagliavo. Non mi ha fatto nemmeno entrare. Mi ha detto che quella ormai non era più la mia casa, che io appartenevo alla famiglia di mio marito e che dovevo restare con lui, qualunque cosa mi facessero. Mi ha riportato nella mia prigione. Ma mio marito, regolarmente, mi cacciava di nuovo. A volte ero io a scappare. Andavo dai parenti, ma il più delle volte restavo in strada.
È un posto pericoloso ma è meglio di casa mia. Alla fine tornavo da lui, lì c’erano i miei figli. Col tempo, mio marito è diventato completamente pazzo e mio cognato lo ha internato in un ospedale. Non c’è stato molto, è scappato, sparito da tre anni. Io intanto sono scappata di nuovo ma questa volta sapevo dove andare. Una vicina mi ha parlato della casa protetta. Adesso vivo qui con il mio bambino più piccolo. Il maggiore me lo ha preso mio cognato. Lui e mio padre vanno spesso da Hawca, vogliono che torni a casa. Adesso promettono che nessuno mi farà del male ma io ho paura e ascolto la mia paura. Non lo farò mai. Tutto sarebbe di sicuro come prima. Intanto voglio guarire, stare bene. Ho molti problemi fisici per quello che mi hanno fatto. Poi vorrei vivere per conto mio con mio figlio, lavorare per me e per lui, farlo studiare. Perché diventi un uomo migliore di suo padre e del mio.
PROGETTO PER HABEBA
(sostegno mensile)
Habeba vive nello shelter di Hawca, il procedimento di divorzio è in corso. La prima necessità per cui ha bisogno di aiuto è la salute. I medici di Hawca la stanno curando ma avrebbe bisogno di un’assistenza più specializzata e delle medicine che sono molto costose. Quando starà meglio, potrà avviare il suo lavoro di sarta, vivere da sola col bambino come desidera e farlo studiare.
2) TALIBANI – STORIA DI NELAB –
Ho 34 anni e sono di Yak-o-Lang, un distretto della provincia di Bamyan. A 13 anni mio padre mi ha sposato a un nostro parente. Ho avuto due figli. Vivevamo tutti insieme, vicini, al villaggio. Tutti hazara. Quel giorno sono arrivati i talebani a spazzare via la mia vita. Non ricordo niente, non voglio, quel giorno è affondato chissà dove. Ricordo solo quel silenzio, dopo, per quei pochi che erano rimasti vivi, come me. Non si è salvato nessuno dei miei.
Tutta la mia famiglia, genitori, fratelli, zii, e mio marito. Da allora non sono più la stessa. Perfino io non mi riconosco. Ho molti problemi psicologici che mi rendono la vita difficile. Dopo qualche mese dalla tragedia, mio cognato si è spostato a Kabul e mi ha preso con sé, con i miei figli.
Ma qui è una vergona, una cosa che non si può fare, vivere con un uomo che non è il marito. Così lui ha cominciato ad ossessionarmi: vuole sposarmi a tutti i costi. Mi minaccia. Si prenderà i miei figli e mi sbatterà fuori di casa se non accetto. Ma io non voglio un altro marito. Voglio stare con i miei figli e basta. Per questo sono andata al Centro Legale. Vorrei un po’ di pace. Vorrei ritrovare me stessa, com’ero prima.
PER NELAB
(sostegno mensile)
Nelab si è rivolta al Centro Legale. È stata assistita dagli psicologi di Hawca. Ma non è sufficiente per lei. Non è possibile affrontare con il counselig problemi così gravi dovuti a un trauma tanto forte. Ha bisogno di sostegno per curarsi adeguatamente, per lasciare la casa del cognato e vivere da sola, con un lavoro, come desidera. E mandare a scuola i suoi figli. Intanto Hawca sta cercando di convincere il cognato a desistere dai suoi ricatti e dal matrimonio, a lasciare che i figli vivano con lei.
3) NOVE – STORIA DI FARIYA –
Sono di Shendand. Mio marito è morto sei mesi fa. Se l’è portato via un cancro e insieme a lui se ne sono andate tutte le nostre poche risorse. Curarsi costa molto. Non sono sola, ci sono loro, i figli. Nove, quattro femmine e cinque maschi. Se potessero lavorare saremmo a posto. Ma nessuno di loro è in grado di farlo, nessuno di loro è fisicamente normale. Hanno tutti bisogno di cure. Io non ce la posso fare, è già molto se riesco a dargli da mangiare.
Non ho una casa mia, vivo dove posso, cambio continuamente. Non ho padre, né fratelli, né famiglia. Quei pochi parenti che mi rimangono sono molto poveri, hanno i loro problemi. Quando busso alla loro porta devo insistere, e allora ci lasciano stare per un po’ in una stanza della loro casa, ma non dura mai molto. Non lo fanno volentieri, sono un peso troppo grande per loro. Ecco.
Ho 49 anni e la vita mi ha davvero stancato. Faccio le pulizie, ma quello che guadagno non basta affatto.
PROGETTO PER FARIYA
(sostegno mensile)
Fariya ha chiesto aiuto al Centro Legale. Ha bisogno, prima di tutto, di poter curare i suoi figli .Il sostegno servirà a questo e, in seguito, per organizzare un lavoro migliore che le permetta di mantenere la famiglia, per vivere senza dover bussare alle porte altrui, avere una casa, un lavoro e una vita dignitosa.
4) INSEGNANTE – STORIA DI SHAZIYA –
Ho 31 anni e sono della provincia di Kabul. Ho studiato, sono insegnante e avevo uno stipendio. Mi piaceva tanto il mio lavoro, i bambini mi volevano bene. Poi mi sono sposata e tutto è finito. La famiglia di mio marito ha una mentalità chiusa, mio cognato non mi permette di lavorare fuori casa. E’ una vergogna per una donna, dicono, una vergogna per la famiglia. Ma anche vivere di stenti con l’elemosina degli altri è una vergogna. Ho 4 figli e un marito che non può lavorare. Ha molti problemi di salute. Anch’io ne ho, ginecologici e ai reni. Ma i soldi per curarci non ci sono. Siamo tutti un peso per la famiglia di mio marito. E’ la dignità che mi manca, la dignità di vivere con le proprie risorse, la possibilità di essere curati e capaci di provvedere a noi stessi. Ci penso tutti i giorni. Una soluzione c’è, l’unica possibile: un lavoro da fare a casa, so cucire bene e potrei anche insegnarlo…
PROGETTO DI PER SHAZIYA
(sostegno mensile)
Il problema più urgente per Shaziya e il marito è la salute. Il sostegno serve innanzitutto per le cure mediche. Intanto Hawca vorrebbe comprare per lei delle macchine da cucire in modo da avviare una piccola attività a casa, di cucito e di insegnamento, che permetta alla famiglia di vivere. Sono molto tradizionalisti e non le permetterebbero di lavorare fuori casa. Anche il marito, una volta curato, potrebbe trovare un lavoro.

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