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Libertà: il sogno di un partito laico

Il nostro tempo, 1 luglio 2012, Romina Gobbo

«Coltiviamo la speranza di una Primavera afghana. Non smetteremo mai di coltivare l’indipendenza, la libertà e la prosperità per il nostro assediato Afghanistan».
Pur prevedendo tempi duri, era risoluto Hafiz Rasikh, leader del Partito della solidarietà (Hambastagi), incontrato un paio di mesi fa a Kabul.
Ma oggi, la voce laica e democratica del Parlamento afghano rischia di essere ridotta al silenzio.
Dopo aver organizzato, lo scorso 30 aprile, nel ventesimo anniversario della presa del potere di Kabul da parte delle milizie fondamentaliste, una manifestazione per chiedere giustizia per le vittime civili e la deposizione dei criminali di guerra che coprono incarichi istituzionali, il Partito della solidarietà ha cominciato a ricevere pressioni e minacce. Il corteo non è piaciuto a buona parte del Parlamento, che ha chiesto per Hambastagi l’annullamento dello status giuridico di partito, primo passo per chiederne l’espulsione.
Nel frattempo, il ministero della Giustizia ha reso noto che sono state avviate indagini per un’eventuale denuncia legale nei confronti degli esponenti di Hambastagi, accusati di aver insultato la “jehad”, e anche la resistenza contro i russi. Ma su questo punto, Rasikh era stato chiaro: «La difesa dagli aggressori russi è stato il risultato dei sacrifici fatti dalla nostra popolazione e costituisce una parte nobile della nostra storia. Purtroppo, la storia ci insegna che la crescita dei semi di democrazia, libertà e giustizia richiede sempre sacrifici».

Nato nel 2004, Hambastagi conta oltre 30 mila iscritti, grazie anche alla presenza capillare nelle province e nelle zone rurali, dove promuove l’educazione e il coinvolgimento attivo della cittadinanza alla ricostruzione del Paese. Si oppone al governo, «dove sono stati “riciclati” i criminali di guerra», e alla presenza della Nato. «Ci sarà il ritiro formale delle truppe, ma la Nato non se ne andrà mai, stabilirà delle basi permanenti nel nostro Paese. Il 99 per cento della popolazione era contro l’occupazione straniera; solo l’1 per cento la voleva, ed è quella che ha ottenuto di più, ed è andata al governo. Quando dieci anni fa è arrivato Karzai, tutti erano pieni di speranza, ora la gente è disillusa, perché ha capito la vera natura, sia del regime, che degli occupanti».

Si sente dire che quando le truppe se ne andranno, scoppierà una guerra civile. «Non sono d’accordo. La gente è talmente stanca di guerra che, se le truppe se ne andassero, sarebbe concorde con qualsiasi situazione, purché più democratica possibile. Lo spauracchio di un’altra guerra serve a far accettare la presenza straniera nel Paese, e questa falsa pace. Il nostro scopo è accrescere la consapevolezza delle persone, affinché trovino il coraggio di alzare la voce. Vogliamo porci come terza opzione, non con gli occupanti, non con i fondamentalisti. Ma chi sta con noi deve convergere su tre obiettivi fondamentali: governo secolarizzato, rispetto per le donne e valori democratici».
Lettere di sostegno per Hambastagi, possono essere inviate al ministero della giustizia afghano: spkperson@gmail.com

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