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Le donne DI KABUL

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GIULIANA SGRENA da KABUL, 29.3.2012  Il Manifesto

Viaggio in uno «shelter» tra le donne afghane che hanno subìto violenza. Dopo undici anni di guerra la condizione femminile nel paese ancora occupato continua a peggiorare. Lo conferma uno studio di Human Rights Watch. Quasi tutte le ragazze detenute sono in carcere per «crimini morali»
«Quindici anni fa, quando è morto mio padre, sono andata a vivere con uno zio che mi ha fatto sposare uno dei suoi figli. Dopo un mese mio marito ha cominciato a picchiarmi; vivevamo con la sua famiglia, tutti mi trattavano male. L’anno scorso mio marito ha sposato un’altra donna e anche lei ha cominciato a picchiarmi», e mostra le cicatrici sul suo corpo. «Siccome non posso avere figli mio marito voleva buttarmi fuori di casa, allora sono andata da uno zio e quando ho capito che mio marito non mi avrebbe mai più accettata, mi sono rivolta al ministero degli interni per ottenere il divorzio», racconta Zineb. Ma non è facile ottenere il divorzio e nel frattempo è ospitata in una casa per le donne che hanno subìto violenze, perché la madre, che si è risposata dopo la morte del padre, non ha più voluto saperne di lei.
 
Lo shelter è gestito da Hawca, una ong fondata nel 1999 e impegnata nel sostegno a donne e bambini, prima tra i profughi in Pakistan e poi qui in Afghanistan. Zineb è avvolta in un abito nero decorato di fiori ricamati con filo argentato, deve essersi messa il vestito più bello per scappare da casa. E’ esile e la sua voce si sente appena, è arrivata da soli tre giorni e deve ancora ambientarsi. Anche se dice di trovarsi bene con le altre ospiti della casa, «a volte ho bisogno di stare sola, soffro di mal di testa e ho avuto anche problemi al cuore». Cosa pensa di fare in futuro? «Non lo so, per ora voglio il divorzio e poi spero di avere una nuova vita», dice Zineb, mentre le lacrime le riempiono gli occhi.
 
La casa ha 30 posti letto, ma a volte ci sono anche 40 donne, dice Hamida, la direttrice, e spesso con bambini. Le donne qui rimangono da qualche settimana a due o tre anni, dipende dai casi. Mentre sono qui seguono corsi di alfabetizzazione e di formazione per poter trovare un lavoro in futuro, in modo da diventare indipendenti economicamente. C’è chi ora fa la sarta e due sono diventate poliziotte. Alcune delle ragazze sono molto giovani, tutte sono scappate di casa per sfuggire alla violenza. Ma scappare di casa in Afghanistan, sebbene non sia un reato secondo la legge, è un «crimine morale» che ti condanna direttamente al carcere. Le detenute sono accusate in gran parte di «crimini morali». Anche le donne che denunciano uno stupro invece di veder punito lo stupratore finiscono in carcere con pesanti condanne per «adulterio».
La situazione delle donne, a oltre dieci anni dalla caduta dei taleban, è terribile e in continuo peggioramento. Lo ha confermato il rapporto di 120 pagine presentato ieri a Kabul da Human rights watch (Hrw). Lo studio è basato su 58 interviste a donne detenute in tre prigioni e tre centri giovanili accusate di «crimini morali». Quasi tutte le ragazze sono detenute per «crimini morali», così come la metà delle donne adulte. Questi «crimini» sono costituiti da fughe da casa per sottrarsi a matrimoni forzati o alla violenza domestica. Alcune donne sono state accusate di adulterio («zina») dopo essere state stuprate o costrette alla prostituzione. Human rights watch esprime preoccupazione per un possibile ulteriore peggioramento della situazione quando verrà meno l’impegno internazionale.
 
Tuttavia il forte impegno internazionale (soprattutto militare) non ha migliorato sostanzialmente la situazione: l’alfabetizzazione è aumentata ma le femmine sono ancora fortemente discriminate (rappresentano il 30 per cento degli studenti). Altri problemi riguardano la sanità, ancora oggi 50 donne al giorno muoiono di parto.
Il fatto che le donne vengano imprigionate non in base alla legge ma alla «morale» è estremamente preoccupante perché avviene in aperta violazione delle leggi e sotto l’occhio «vigile» della comunità internazionale.
Ci sono diversi modi per sfuggire alla violenza, anche immolandosi e andando incontro a una morte terribile. L’ospedale Istiqlal ha un reparto riservato alle ustioni, il 90 per cento dei pazienti sono donne, che difficilmente riescono a sopravvivere, anche perché non vengono portate subito in ospedale ma solo quando sono ormai in fin di vita.
 
I delitti d’onore sono diffusi ma non si conoscono dati perché vengono tenuti nascosti dalla comunità o dalla tribù, quando una donna viene uccisa per lavare l’onore scompare semplicemente. Quando non sono i «taleban» ad assumersi il compito di lapidarla.
La condizione delle donne è peggiore al di fuori delle città, nei villaggi, dove è difficile raggiungere associazioni che si occupano dei diritti delle donne e anche case dove rifugiarsi.
 
Nonostante questa situazione estremamente preoccupante nel settembre del 2010 con una nuova legge il governo Karzai voleva chiudere gli «shelter» delle ong, sostenendo che dovevano essere tutti controllati dal governo. Dopo molte proteste è stato raggiunto un compromesso: gli shelter chiusi sono rimasti alle ong, quelli aperti – le donne possono uscire per andare al lavoro o per andare a scuola – sono sotto il controllo del governo. Peccato che finora il governo non ne abbia costruito nemmeno uno.
 
Rimangono così quelli delle ong: tre a Kabul e quattordici in tutto l’Afghanistan, insufficienti rispetto al dilagare della violenza, ma evidentemente il governo preferisce incarcerare le donne colpevoli di «crimini morali» piuttosto che dare loro una speranza, l’arresto costituisce un monito per chi vuole ribellarsi all’ordine morale degli Ulema.

 

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