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La Nato: stop operazioni congiunte con gli afghani

KABUL/FILM ANTI-ISLAM ATTENTATO KAMIKAZE

Il manifesto, di Giuliano Battiston, 19 settembre 2012
 
In Afghanistan il film anti-islamico Innocence of Muslims continua, in modo virale, a infiammare gli animi. Dopo le proteste di Kabul, Herat e Mazar-e-Sharif, ieri a Kunduz, nel nordest del paese, sono scesi in strada centinaia di studenti, che hanno incendiato ritratti di Barack Obama e ingaggiato una lunga guerriglia urbana con le forze di polizia locali. Nella capitale, invece, una donna kamikaze ha fatto esplodere l’automobile che guidava, una Toyota-corolla imbottita di esplosivo, contro un minibus nei pressi dell’aeroporto. Dodici i morti accertati, tra cui un ragazzo di 12 anni, 11 invece i feriti.
 
Tra le vittime, 8 sarebbero sudafricani, lavoratori della Aviation Charter Solutions Inc. (ACS), una compagnia che secondo le agenzie di stampa gestisce il rifornimento di aerei ed elicotteri per l’ambasciata statunitense e per i suoi programmi di ricostruzione, grazie a un contratto stipulato nel 2010 con Usaid, l’Agenzia governativa americana per lo sviluppo internazionale. Ad assumersi la responsabilità dell’attacco, con una email all’agenzia Associated Press, è stato uno dei portavoce dell’Hezb-e-Islami, il movimento guidato da Gulbuddin Hekmatyar, forte nell’area settentrionale del paese, diviso tra aperture al dialogo politico con Karzai e, come in questo caso, attentati e omicidi mirati. Secondo gli uomini di Hekmatyar, l’attentato di Kabul sarebbe una risposta alle provocazioni oltraggiose del film Innocence of Muslims.
 
Meno eclatante, ma molto più significativa rispetto a quella dell’Hezb-e-Islami, la reazione dei comandi militari delle forze Isaf-Nato. Che in risposta agli «eventi avvenuti dentro e fuori del paese» in seguito alla diffusione del film hanno deciso di interrompere, o quantomeno diminuire le operazioni congiunte con le forze afghane. La decisione dimostra una delle tante contraddizioni dell’intervento occidentale in Afghanistan. Da una parte la Nato promette di aiutare le forze locali ad assumersi la responsabilità della sicurezza, addestrandole e fornendo tutta l’assistenza tecnica e logistica possibile. Dall’altra decide di ridurre le operazioni congiunte.
 
Qualcosa evidentemente non funziona. E non è sufficiente precisare, come hanno fatto subito i vertici Isaf, che si tratta di una decisione «momentanea», che «non compromette assolutamente l’impegno ad assistere, addestrare e fornire aiuti alle nostre controparti afghane», affinché si realizzi in modo graduale il previsto passaggio di consegne. Tutti sanno infatti che, dietro le rassicuranti dichiarazioni di facciata, c’è un’enorme problema di fiducia. La Nato non si fida più dei soldati afghani, con cui dovrebbe collaborare, e viceversa.
 
Anche il segretario americano alla Difesa, Leon Panetta, l’ha ammesso: sono troppi i soldati internazionali uccisi dai soldati afghani. Nel 2007 a rimanere vittima del fuoco amico erano stati due soldati dell’Isaf. Nel 2012 sono già 51. Abbastanza per allarmare Bruxelles e Washington. Che con la decisione di ieri vogliono mandare un messaggio a Karzai, perché trovi una soluzione. Anche Kabul non può fare molto, però. Ormai è troppo tardi per risanare la crisi di fiducia e l’incomprensione tra i soldati afghani e gli stranieri.
Di «crisi di fiducia e incompatibilità culturale» parlava già, nel maggio 2011, una ricerca condotta dal «N2KL Red Team», un gruppo di esperti e scienziati americani che si occupa di psicologia e operazioni militari. Gli «omicidi fratricidi» – così spiegavano gli autori – non sono casi isolati, rappresentano «un vero e proprio rischio sistemico», riconducibile a molti fattori, ma a uno in particolare: gli afghani, anche i soldati, sopportano sempre meno le truppe d’occupazione, la loro scarsa sensibilità e i loro comportamenti da padroni in casa altrui.

Il manifesto 2012.09.19 – 07 INTERNAZIONALE KABUL/FILM ANTI-ISLAM ATTENTATO KAMIKAZELa Nato: stop operazioni congiunte con gli afghaniTAGLIO MEDIO – G. B.

In Afghanistan il film anti-islamico Innocence of Muslims continua, in modo virale, a infiammare gli animi. Dopo le proteste di Kabul, Herat e Mazar-e-Sharif, ieri a Kunduz, nel nordest del paese, sono scesi in strada centinaia di studenti, che hanno incendiato ritratti di Barack Obama e ingaggiato una lunga guerriglia urbana con le forze di polizia locali. Nella capitale, invece, una donna kamikaze ha fatto esplodere l’automobile che guidava, una Toyota-corolla imbottita di esplosivo, contro un minibus nei pressi dell’aeroporto. Dodici i morti accertati, tra cui un ragazzo di 12 anni, 11 invece i feriti.

 

Tra le vittime, 8 sarebbero sudafricani, lavoratori della Aviation Charter Solutions Inc. (ACS), una compagnia che secondo le agenzie di stampa gestisce il rifornimento di aerei ed elicotteri per l’ambasciata statunitense e per i suoi programmi di ricostruzione, grazie a un contratto stipulato nel 2010 con Usaid, l’Agenzia governativa americana per lo sviluppo internazionale. Ad assumersi la responsabilità dell’attacco, con una email all’agenzia Associated Press, è stato uno dei portavoce dell’Hezb-e-Islami, il movimento guidato da Gulbuddin Hekmatyar, forte nell’area settentrionale del paese, diviso tra aperture al dialogo politico con Karzai e, come in questo caso, attentati e omicidi mirati.

Secondo gli uomini di Hekmatyar, l’attentato di Kabul sarebbe una risposta alle provocazioni oltraggiose del film Innocence of Muslims. Meno eclatante, ma molto più significativa rispetto a quella dell’Hezb-e-Islami, la reazione dei comandi militari delle forze Isaf-Nato.

Che in risposta agli «eventi avvenuti dentro e fuori del paese» in seguito alla diffusione del film hanno deciso di interrompere, o quantomeno diminuire le operazioni congiunte con le forze afghane. La decisione dimostra una delle tante contraddizioni dell’intervento occidentale in Afghanistan. Da una parte la Nato promette di aiutare le forze locali ad assumersi la responsabilità della sicurezza, addestrandole e fornendo tutta l’assistenza tecnica e logistica possibile. Dall’altra decide di ridurre le operazioni congiunte. Qualcosa evidentemente non funziona.

E non è sufficiente precisare, come hanno fatto subito i vertici Isaf, che si tratta di una decisione «momentanea», che «non compromette assolutamente l’impegno ad assistere, addestrare e fornire aiuti alle nostre controparti afghane», affinché si realizzi in modo graduale il previsto passaggio di consegne. Tutti sanno infatti che, dietro le rassicuranti dichiarazioni di facciata, c’è un’enorme problema di fiducia.

La Nato non si fida più dei soldati afghani, con cui dovrebbe collaborare, e viceversa. Anche il segretario americano alla Difesa, Leon Panetta, l’ha ammesso: sono troppi i soldati internazionali uccisi dai soldati afghani. Nel 2007 a rimanere vittima del fuoco amico erano stati due soldati dell’Isaf. Nel 2012 sono già 51.

Abbastanza per allarmare Bruxelles e Washington. Che con la decisione di ieri vogliono mandare un messaggio a Karzai, perché trovi una soluzione. Anche Kabul non può fare molto, però. Ormai è troppo tardi per risanare la crisi di fiducia e l’incomprensione tra i soldati afghani e gli stranieri. Di «crisi di fiducia e incompatibilità culturale» parlava già, nel maggio 2011, una ricerca condotta dal «N2KL Red Team», un gruppo di esperti e scienziati americani che si occupa di psicologia e operazioni militari. Gli «omicidi fratricidi» – così spiegavano gli autori – non sono casi isolati, rappresentano «un vero e proprio rischio sistemico», riconducibile a molti fattori, ma a uno in particolare: gli afghani, anche i soldati, sopportano sempre meno le truppe d’occupazione, la loro scarsa sensibilità e i loro comportamenti da padroni in casa altrui.

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