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Il regalo di Karzai per l’8 Marzo

Di Cristiana Cella – Da L’Unità.it

1278579234 300x250Le donne non sono autorizzate a viaggiare senza essere accompagnate da un uomo e non possono parlare con sconosciuti in luoghi pubblici come le scuole, i mercati e gli uffici. Dentro le mura delle proprie case, poi, al marito è vietato picchiare la moglie solo nel “nel caso che questo gesto non sia compiuto in conformità con la sharia”. Non sono ricordi dell’era talebana, si tratta di qualche giorno fa. È il ‘codice di comportamento’ approvato, venerdì scorso, dal Presidente Karzai e emanato dal Consiglio degli Ulema, il principale organismo religioso del paese. Si tratta di regole che le donne rispettose della religione, dovrebbero adottare volontariamente.

Violenza domestica, dunque, sdoganata dai mullah. Perché saranno sempre loro a decidere se le botte sono conformi o meno alla sharia. Gli Ulema si occupano anche di divorzio, cercando di limitare i diritti delle donne. Eppure Karzai aveva promesso proprio il contrario, di riformare il diritto di famiglia per rendere più equi i divorzi per le donne.
Il Presidente, interrogato sull’argomento in una conferenza stampa, ha risposto che il codice è in linea con la legge islamica e che è stato scritto dopo accurate consultazioni con gruppi di donne. Quali? Non lo dice. “Il consiglio dei religiosi afghani non ha posto alcuna limitazione alle donne. È la legge della sharia di tutti i musulmani e di tutti gli afghani” ha aggiunto Karzai. E’ lo strisciante tentativo di ufficializzare il sistema di giustizia ‘informale’. Leggi tribali, feroci contro le donne, già di fatto in vigore in molte province afghane, dominate da warlords e talebani, che sostituiscono le leggi laiche dello Stato.

Norme che poco hanno a che fare con il Corano e molto invece con un sistema di controllo politico che si serve della religione per opprimere, soprattutto le donne. “Per noi che lavoriamo ogni giorno in tribunale per difendere le donne” dice Selay Ghaffar, direttrice di Hawca,”Le leggi che proteggono i nostri diritti sono fondamentali. Se verranno esautorate dalle leggi tribali e religiose non avremo più armi e saremo sconfitte.” Non c’è da stupirsi, comunque. La posizione di Karzai si regge su equilibri difficili. Da una parte deve compiacere con un’immagine democratica le potenze occidentali occupanti, in primo luogo gli Usa, che sostengono il suo traballante governo, dai cui fondi dipende la sua economia, e soddisfare le brame degli avidi warlords della cui alleanza ha bisogno in Parlamento. Dall’altra, vuole tendere la mano ai talibani per avere un peso nelle trattative di pace, sempre più difficili. Magari con l’appoggio del Consiglio degli Ulema, che potrebbe tornare molto utile come intermediario nelle trattative future con gli insurgents.

Una mano tesa che potrebbe anche strangolare i fragili diritti delle donne. Questo il pericolo denunciato continuamente negli ultimi mesi dalle attiviste afghane e dalle organizzazioni umanitarie internazionali, nonostante le rassicurazioni perfino di Hillary Clinton. L’approvazione del ‘codice di comportamento’ è un segnale allarmante. “Viene così inviato un messaggio estremamente preoccupante; le donne ora si aspettano di essere svendute ai negoziati di pace” ha dichiarato Heather Barr, una ricercatrice di Human Rights Watch.

La violenza contro le donne in Afghanistan non accenna a diminuire e non lo farà finché l’impunità continuerà ad essere molto più frequente della pena. Alcuni orribili casi hanno fatto, negli ultimi mesi, il giro del mondo: la ragazzina seviziata perché rifiutava di prostituirsi, la madre uccisa perché aveva partorito femmine, la donna stuprata e punita col carcere. Storie simili a quelle che abbiamo raccontato in queste pagine.

 

L’approvazione di queste norme, in contrasto con la Costituzione afghana e con le sue leggi, che proibiscono gli abusi in famiglia, rende sempre più difficile il cammino, irto di ostacoli, della giustizia afghana, già fortemente inquinata dalla corruzione. Un’ambiguità, una sovrapposizione tra la giustizia laica e la Sharia. Se un marito uccide la moglie perché ha subito la vergogna di uno stupro, sarà condannato secondo la legge dello Stato o salvato da chi considera la moglie stuprata colpevole di adulterio e magari punibile col ‘delitto d’onore’?
Probabilmente dipenderà da come la pensa il giudice. La Costituzione afghana sancisce l’eguaglianza tra uomini e donne e il Parlamento ha approvato nel 2009 la legge Evaw, contro la violenza sulle donne. Metterla in pratica, però, è un’altra storia. Difenderla non sembra una priorità per il governo di Karzai.

UNAMA , (missione ONU in Afghanistan), in un rapporto dell’anno scorso, denunciava le enormi difficoltà dell’applicazione della legge. I maggiori ostacoli vengono dalla Corte Suprema di Giustizia, formata in gran parte da mullah conservatori, che ne contesta gli articoli, cercando soprattutto di mitigare le pene degli uomini colpevoli. Si appellano soprattutto all’articolo 3, un vizio originario della Costituzione afghana, per il quale nessuna legge può essere approvata se in contrasto con i principi islamici. Le proteste delle attiviste afghane e delle organizzazioni umanitarie si sono già messe in moto. I diritti delle donne, a quanto pare, possono contare solo su di loro.

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