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I massacri di civili nelle guerre moderne

Il massacro di Kandahar
di Jon Lee Anderson, The New Yorker

Le notizie che arrivano dall’Afghanistan mostrano sempre più come gli Stati Uniti e i loro alleati non solo non sono benvenuti in quel paese, ma che non fanno altro che danno. Anche se i dettagli del massacro non sono ancora stati chiariti, è accertato che sia stato un soldato americano quello che domenica mattina ha ucciso a sangue freddo 16 civili afgani a Kandahar, nella provincia di Panjway. Si tratta solo dell’ultimo caso di una lunga lista, che fa capire come alcuni soldati americani disprezzino, odino e non rispettino la gente che li sta ospitando. […]

Due settimane fa c’è stato l’episodio di testi sacri e copie del Corano bruciati in una base americana, fatto che ha scatenato violente proteste in tutto il paese e ha causato la morte di almeno una trentina di persone, inclusi sei soldati americani. In gennaio è stato pubblicato un video registrato da soldati americani, che mostrava quattro marines che urinavano su corpi di sospetti talebani da loro stessi uccisi. Nel 2010 nella provincia di Maiwand, nel sud dell’Afghanistan, non lontano dal distretto del Panjwai, un gruppo di soldati americani praticava lo “sport killing” di civili afghani (lo sport di uccidere civili), arrivando persino a fotografarsi in posa con le loro vittime e a prendere parti dei loro corpi come trofei.

Purtroppo questi incidenti non sono rari fra i soldati americani: ci sono stati anche in Iraq, come dimostrano le ignominie di Abu Ghraib, il massacro di Haditha e altri migliaia di casi, a volte nemmeno mai emersi, nei quali i soldati hanno umiliato, abusato o ucciso civili iracheni. Questi comportamenti non hanno niente a che fare con una supposta legittima difesa: sono dovuti all’odio e alla paura. […]

 

Due generazioni fa, prima di Twitter, di You Tube e delle macchine digitali, i soldati americani in Vietnam davano prova del loro odio nei confronti del popolo che li ospitava, in modo più frequente e anche più violento di quanto stiano facendo ora in Afghanistan. In quegli anni, le notizie viaggiavano molto più lentamente di adesso. La notizia del massacro di My Lai del 1968, per esempio, impiegò più di un anno prima di arrivare all’opinione pubblica, perché, come disse Seymour Hersch (il giornalista che per primo scrisse della vicenda) nessuno voleva essere il primo a parlarne. A My Lai, un numero di civili vietnamiti che oscilla tra i 370 e i 520 venne ucciso a sangue freddo da soldati americani, che sulla vicenda riuscirono a mantenere il silenzio a lungo. Fu solo dopo la pubblicazione dell’articolo di Hersh che le foto del massacro, scattate proprio mentre era in atto, cominciarono ad apparire su giornali e sulla rivista “Life”. Oggi, proprio grazie alle tecnologie moderne di cui disponiamo, le notizie raggiungono l’opinione pubblica praticamente in diretta, mentre i fatti si stanno ancora svolgendo; è perciò improbabile che eventi di rilevanza simili a quella di My Lay passino sotto silenzio.

[…] Gli alleati NATO stanno ora cercando di uscire con un minimo di eleganza da una situazione intricata che vede il loro nemico principale, i talebani, riconquistare terreno, e molto probabilmente riguadagnare anche il potere, una volta che il ritiro delle truppe sarà completato. Nell’autunno del 2010 andai a trovare il Mullah Zaeef, un rappresentante dell’ex regime talebano, recluso a Guantanamo dopo l’11 settembre. Dal momento del suo rilascio, il mullah vive in una villa a Kabul, protetta da guardie armate fornitegli dal presidente Hamid Karzai. Nonostante lui neghi ogni rapporto con i suoi ex compagni, Zaeef ha ufficialmente assunto il ruolo di intermediario tra il governo afgano attuale e i cosiddetti talebani moderati. Sia Karzai, sia gli americani, sia i vertici NATO vedono in lui il mediatore ufficiale. Zaeef mi confessò che lo divertiva il fatto d’essere diventato oggetto di così tante attenzioni da parte degli ufficiali occidentali. Ma lui stesso mi disse di non sapere chi potessero essere questi talebani “moderati”. Quanto al “negoziato”, mi disse – piuttosto bruscamente – che l’unico argomento sul quale i talebani sarebbero stati disposti a parlare con gli americani era il completo ritiro del loro esercito dall’Afghanistan. L’unico vantaggio che questo avrebbe comportato era un’uscita dignitosa rispetto a una vergognosa ritirata. […]

Recentemente, in occasione di scontri a fuoco, sono aumentati i casi in cui gli stessi soldati dell’esercito regolare afgano, e a volte persino ufficiali, hanno puntato i loro fucili contro i militari americani e i loro alleati europei. Di solito, dopo questi fatti, i talebani rivendicano gli attacchi, sostenendo d’avere loro uomini infiltrati nelle fila dell’esercito regolare che aspettano il momento giusto per colpire.

Questo può sicuramente giustificare alcuni di questi eventi, ma non certo tutti. D’altra parte, così come ci sono americani che, sopraffatti dalla consapevolezza della futilità della loro missione, dalla loro incapacità di gestirla e dall’odio, perdono il controllo e ammazzano intere famiglie afgane nel cuore della notte, ci sono afgani che uccidono americani come atto di autoaffermazione. La guerra permette di uccidere nei modi più svariati.

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