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Afghanistan. I rimpasti sospetti di Karzai

Rinascita, di Ferdinando Calda, 20 settembre 2012

Il presidente afgano Hamid Karzai ha sostituito i governatori di dieci delle 34 province del Paese, tra i quali il governatore dell’Helmand Mohammad Gulab Mangal, considerato un ottimo alleato da statunitensi e britannici. Secondo l’ufficio di presidenza che ha diffuso la notizia, le sostituzioni fanno parte di una revisione generale dell’organizzazione amministrativa mirante ad eliminare inefficienze e corruzione. Tuttavia, secondo i critici, si tratterebbe di una mossa di Karzai per consegnare posti di potere a personaggi a lui vicini, in modo da garantirsi una certa influenza in vista delle elezioni presidenziali del 2014. La Costituzione afgana impedisce al presidente di correre per un terzo mandato e Karzai ha già rassicurato le opposizioni politiche che non ha intenzione di candidarsi
Il commentatore politico Fazl Rahman Orya, sentito dall’agenzia di stampa afgana Pajhwok, sostiene che le nuove nomine tra i governatori servano proprio a trovare un successore leale che, una volta eletto, possa continuare a difendere gli interessi dei Karzai.

Un altro analista, Mohammad Amin Wakman, aggiunge che il presidente avrebbe paura che un successore onesto lo porti di fronte a un tribunale per tutto quello che ha combinato durante il suo governo.
 
Di fatto, con il decreto di ieri, il presidente ha più che altro riposizionato alcuni governatori, licenziandone altri che probabilmente riteneva poco affidabili. A capo della provincia di Kabul è stato nominato Abdul Jabbar Taqwa, già governatore di Takhar. Al suo posto è arrivato il generale Ahmad Faisal Begzad, già governatore di Faryab. A Badghis è arrivato Mohammad Tahir Sabari, che prima era governatore di Logar, passata in mano a Iqbal Azizi. Quest’ultimo era già governatore a Laghman.

Le altre province interessare da questo rimpasto sono state quelle di Nimroz, Logar, Baghlan e Helmand.
 
In quest’ultima provincia è avvenuto il passaggio di consegne che probabilmente riguarda più da vicino gli alleati occidentali di Kabul. Qui Karzai ha licenziato Mohammad Gulab Mangal. L’ormai ex governatore della grande provincia meridionale era molto ben considerato da statunitensi e britannici che operavano in quella difficile zona, ritenuta una delle principali roccaforti di talibani e coltivatori di oppio. Il fatto che Usa e Gran Bretagna considerassero

 
Mangal un alleato chiave è testimoniato anche da alcuni dei documenti pubblicati da Wikileaks nel 2010. Secondo quanto riportato a suo tempo dal New York Times, solo “gli sforzi congiunti” dei britannici e degli altri alleati Nato riuscirono a far mantenere il posto al governatore, nonostante i tentativi di Karzai di sostituirlo con un qualcuno che facesse da mediatore con poteri tribali” apparentemente sgraditi agli occidentali. Un alto funzionario dell’ufficio di Karzai ha motivato così la decisione di ieri del presidente: “Aveva un sacco di relazioni non necessarie, rapporti stretti con stranieri che al presidente non piacevano. Ed era sospettato di essere coinvolto nella corruzione”.

In molti vedono in queste nuove nomine un tentativo di Karzai di ottenere l’appoggio di signori della guerra ed ex mujaheddin che possano garantirgli un futuro politico dopo il 2014, anno delle elezioni presidenziali e del ritiro Nato e Usa dal Paese.
Il torturatore a capo dell’intelligence.

 
All’inizio di settembre il presidente Hamid Karzai ha compiuto un altro importante rimpasto di governo che riguardava i ministeri della Difesa e degli Interni, oltre al comando dei servizi segreti afgani (Nds). In particolare sostituì il capo dell’intelligence Rahmatullah Nabil con Asadullah Khalid, ex ministro delle Frontiere e già governatore delle province di Ghazni e Kandahar. La nomina di Khalid è stata contestata da molte associazioni per i diritti umani, dato che su di lui gravano diverse accuse di torture, corruzione e traffico di stupefacenti.

 
Ad esempio, nell’aprile del 2010 la CBC news rivelò l’esistenza di un rapporto del governo canadese nel quale diversi diplomatici riferivano, tra le altre cose, dell’esistenza di almeno una prigione sotterranea utilizzata da Khalid e i suoi uomini per torturare e far sparire i prigionieri. Inoltre, in questi documenti, il diplomatico canadese Christopher Alexander accusava Khalid di aver ordinato l’uccisione di cinque lavoratori dell’Onu con un attentato dinamitardo, probabilmente per proteggere i suoi traffici di droga.

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