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Un leader senza popolo

Oliver Roy, New Statesman (da Internazionale 6/12 maggio 2011)

Bin Laden era già morto, almeno politicamente, prima che i soldati statunitensi attaccassero il suo rifugio. La morte politica di Al Qaeda è avvenuta il 17 dicembre 2010 a Sidi Bouzid, in Tunisia, quando Mohamed Bouazizi si è dato fuoco. Il suo suicidio, indipendentemente dalle motivazioni personali, è stato un evento politico. Ma non aveva nulla a che fare con il terrorismo, con l’ostilità verso gli Stati Uniti, la lotta contro il sionismo o la creazione di un grande califfato. La rivolta democratica del mondo arabo ha mostrato fino a che punto Al Qaeda fosse emarginata.
Questa emarginazione corrisponde a un cambiamento di paradigma politico (ma anche religioso) nel mondo arabo. La richiesta di libertà e democrazia in un quadro nazionale ha preso il sopravvento sull’immaginario della umma, la comunità dei fedeli islamici, in lotta contro il mondo occidentale. E le figure autoritarie e carismatiche non affascinano più una gioventù individualista e pragmatica. Da molto tempo, ormai, Al Qaeda riusciva a reclutare nuovi militanti solo nelle frange marginali del mondo musulmano (e cioè in occidente!). Ma la coincidenza tra morte politica e morte fisica è troppo eclatante per non sollevare alcuni interrogativi.

Il primo riguarda il Pakistan. È impossibile che i servizi segreti pachistani non sapessero dove si trovava Bin Laden: forse non lo sapevano in ogni istante, ma sicuramente lo individuavano più volte all’anno. È impensabile che siano stati tenuti completamente all’oscuro dell’operazione condotta ad Abbottabad. Quindi il Pakistan inizialmente ha protetto Bin Laden e poi ha deciso di abbandonarlo. Perché? Innanzitutto per i motivi che ho appena detto: Bin Laden non era più una forza politica nel mondo musulmano. Ma anche perché il movimento dei taliban, sia afgani sia pachistani, si era dissociato da Bin Laden. Non per motivi ideologici o politici, ma perché Bin Laden non aveva più nulla da offrire ai taliban: né denaro né armi né volontari né strategia politica. È significativo, poi, che Bin Laden si fosse rifugiato in una zona fuori dall’influenza dei taliban.

Via dall’Afghanistan

La sua morte apre prospettive nuove sul conflitto afgano. In fondo l’obiettivo strategico delle forze occidentali, quando hanno invaso l’Afghanistan nel 2001, era la distruzione di Al Qaeda e la morte o la cattura del suo leader. L’obiettivo è stato raggiunto, quindi perché restare? Anche se i governi occidentali nel 2001 hanno dato una giustificazione più ampia dell’intervento – bisognava liberare le donne afgane dalla dittatura maschilista dei taliban – oggi nessuno è più disposto a battersi per impedire che a Kabul siano imposti la sharia o il burqa. Ormai è difficile giustificare la presenza occidentale a Kabul. Si può invece proclamare a testa alta che la missione è compiuta.
Ed è proprio quello che vogliono l’establishment e l’opinione pubblica del Pakistan. È uno dei motivi per cui Bin Laden è stato abbandonato: non solo non serviva più da vivo, ma da morto potrebbe consentire al Pakistan di restare l’unico padrone del gioco in Afghanistan.
Nei suoi obiettivi strategici, il Pakistan si è mostrato costante fin dall’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979: vuole un potere amico a Kabul ed è convinto che solo un potere pashtun e islamico risponda a questo requisito. Il legame etnico con i pashtun pachistani, influenti nei servizi segreti e nelle forze armate, è considerato una risorsa. Le altre etnie, specie quelle di lingua farsi, sono percepite come potenziali agenti dell’Iran. Secondo Islamabad, il riferimento islamico consente di ridimensionare un nazionalismo afgano che potrebbe spingere Kabul a un’alleanza con l’India. Fino al 1993 la carta fondamentalista era incarnata dallo Hezb-e-Islami di Gulbuddin Hekmatyar. Dal 1994 è rappresentata dai taliban afgani.

Messe in scena
Ufficialmente questa politica di controllo indiretto sull’Afghanistan è giustificata dalla presunta minaccia indiana. Quest’ossessione pachistana di voler creare una distanza strategica rispetto all’India – mentre l’ultima cosa che l’India desidera è conquistare il Pakistan – può essere senz’altro criticata. Ma bisogna riconoscere che l’élite pachistana ha sempre puntato ad assoggettare l’Afghanistan a una sorta di protettorato. I pachistani vogliono che gli occidentali se ne vadano, e la morte di Bin Laden apre una via d’uscita onorevole: “Missione compiuta!”. Quanto ai taliban, si sono liberati dall’obbligo di scegliere e di rinunciare esplicitamente al loro legame con Al Qaeda, e possono finalmente presentarsi come protagonisti della politica nazionale.
Non bisogna aspettarsi un’uscita dall’Afghanistan in tempi brevi. Ma è stata tolta un’ipoteca, e questo permette di immaginare una trattativa con i taliban in cui la Nato non perda la faccia e i taliban non siano più associati al fantasma di Bin Laden.

Tuttavia, la morte di Bin Laden avrà un impatto che va ben al di là del teatro afgano-pachistano. Che ne sarà della sua organizzazione?
Di certo ci saranno ancora attentati firmati da Al Qaeda. Ci sarà una campagna per dire che Bin Laden è ancora vivo, e ci saranno capi e capetti che si dichiareranno suoi successori. Ma bisogna diffidare dalla teoria secondo cui la morte di Bin Laden non cambia nulla.
Effettivamente è difficile dissociare Bin Laden da Al Qaeda. Al Qaeda non è mai stata un partito rivoluzionario di tipo leninista che si circonda di circoli organizzativi e tenta di radicarsi tra le “masse”. Ha sempre fatto propaganda attraverso l’azione, e la figura carismatica di Bin Laden faceva parte di questa strategia di comunicazione.
Ma è più importante riflettere sulle cause della radicalizzazione. Si è sostenuto a lungo che l’adesione ad Al Qaeda esprimesse il risentimento del mondo musulmano di fronte all’appoggio dell’occidente a Israele e alle ingerenze armate dell’occidente nel mondo arabo. L’idea era che fino a quando non fosse stato risolto il conflitto israelo-palestinese, questa fascinazione nei confronti di Al Qaeda sarebbe rimasta.
Ci sono però due elementi che avrebbero dovuto far capire fino a che punto la fascinazione per Al Qaeda fosse ormai scollegata dai giochi strategici del Medio Oriente. In primo luogo, la maggior parte delle reclute proveniva dalla periferia del mondo arabo: seconda generazione di musulmani in Europa, africani dell’est immigrati in Gran Bretagna, giamaicani e martinicani dei Caraibi, a cui bisogna aggiungere convertiti di ogni provenienza, mentre di palestinesi ce ne sono sempre stati pochissimi. In secondo luogo, i movimenti politici del Medio Oriente si stanno svolgendo completamente al di fuori di Al Qaeda.
Con l’eccezione della vecchia guardia (Zawahiri e Bin Laden), nessuno dei reclutati negli anni novanta è entrato nell’organizzazione sull’onda di un impegno politico reale a favore di una causa mediorientale. No, la fascinazione per Al Qaeda è fascinazione per una “narrazione” eroica: un individuo isolato vendica le sofferenze di una umma globale e virtuale commettendo un attentato, e morendo diventa un eroe.
Al Qaeda ha bisogno di una “messa in scena”: prima di passare all’azione il volontario della morte si fa filmare, gli ostaggi vengono giustiziati davanti alla cinepresa seguendo un rituale macabro. I mezzi d’informazione assicurano la continuità della messa in scena: l’attentato al World trade center messo in onda a ciclo continuo, titoli cubitali su qualsiasi attentato in cui muoiano occidentali. L’effetto specchio accentua la paura e conferisce alle azioni di Al Qaeda una dimensione mondiale e apocalittica che in fondo rappresenta la sua unica capacità di nuocere.
Il circo dell’informazione a cui stiamo assistendo dall’annuncio della morte di Bin Laden è l’ultimo spettacolo di un grande attore che muore in scena recitando il suo copione. Nel personaggio di Bin Laden c’è una dimensione romantica che affascina i giovani ribelli in cerca di una causa. Questo mettersi in scena, questo culto dell’eroismo e della morte, non sono un freddo calcolo di militanti politici che vogliono raggiungere un obiettivo. Qui il terrorismo non è più un mezzo: è un fine in sé.
Infine c’è una cosa che le “masse arabe” hanno capito prestissimo: Bin Laden non era interessato alla loro causa, era interessato alla sua causa. Nel terrorismo di Al Qaeda c’è un elitismo narcisistico e morboso che spiega il suo successo tra i giovani esaltati e al tempo stesso la sua sconfitta politica. E questa dimensione romantica è molto legata alla figura di Bin Laden. Il suo fantasma può ancora affascinare qualche fan: ma questi nuovi attori balbetteranno la loro narrazione davanti a un pubblico stanco. La tragedia apocalittica lascerà il posto alla cronaca. Anche se, come sappiamo, la cronaca è piena di fatti di morte.

Traduzione di Marina Astrologo.
Internazionale, numero 896, 6 maggio 2011

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