Skip to main content

Reportage dall’afghanistan: il racconto della sofferenza delle donne di Kabul

A dieci anni dall’inizio di una guerra alla quale il mondo intero guardava come strumento di ripristino della democrazia e liberazione delle donne, le speranze del popolo afghano si sono infrante nel modo più doloroso: la presenza di 70 mila truppe straniere e i miliardi di dollari elargiti non hanno portato alcun cambiamento positivo sulla gente.
Le donne vivono in una situazione catastrofica; il sistema giudiziario è minato dal fondamentalismo religioso ed è nelle mani dei signori della guerra e dei narcotrafficanti; i giornalisti democratici vengono incarcerati o assassinati e molte organizzazioni per i diritti umani non possono lavorare.

IL REPORT.
Il quadro a tinte fosche emerge da un report di Rawa, l’Associazione Rivoluzionaria Delle Donne Afghane che si batte fin dal 1977 contro il fondamentalismo.
Una delle attiviste, Samia Walid (uno dei tanti nomi via via utilizzati per sfuggire ai controlli dell’intelligence locale), è stata la nostra guida durante la missione del Cisda (Coordinamento italiano sostegno donne afghane) a Kabul.
Ci ha raccontato di aver sentito parlare per la prima volta di Rawa da bambina, nel 1992, in un campo profughi in Pakistan dove la sua famiglia si era rifugiata a causa della guerra: lì l’associazione gestiva dei corsi di alfabetizzazione per le donne con l’intento, attraverso l’educazione, di renderle consapevoli dei loro diritti.
«Credo che una delle cose più importanti sia cercare di alzare il livello di coscienza politica del popolo afghano, specialmente nelle donne, che rappresentano una grande fetta della popolazione e per la maggior parte sono analfabete » dice Samia, 28 anni, il volto celato dallo hijab e una vita da clandestina a causa della militanza.
Gli atti intimidatori nei confronti dell’organizzazione non mancano: pedinamenti, fermi, incursioni nelle sedi di associazioni simpatizzanti si sono verificati anche recentemente.
In un clima come questo viene da chiedersi se dopo trent’anni di guerra ininterrotta le azioni non violente a sostegno dei diritti trovino ascolto.
«Non è facile – dice Samia – e rischiamo anche molto, ma è per questo che lavoriamo.
La gente è stanca di guerra, uccisioni, soprusi, ma ha paura, anche perché in Afghanistan la violenza è all’ordine del giorno: quella interna praticata dai Signori della guerra e Taliban e quella importata dal conflitto decennale della Nato che parla di exit strategy ma ne rimanda le date.
Esiste poi anche la microviolenza quotidiana fatta di angherie verso deboli e poveri, verso le donne che vengono stuprate e uccise addirittura a otto, dieci anni.
Chi le pratica, specie se miliziano o poliziotto, risulta intoccabile.
I familiari poi non fanno le denunce perché lo stupro è una vergogna che colpisce loro stessi, piuttosto sono disposti a sopprimere le poverette.
Tutto ciò è duro da sradicare, ma come per la produzione dell’oppio, è incredibilmente aumentato negli anni dell’occupazione.
Per questo quando parliamo di legalità e diritti la gente ci ascolta, anche se tanti hanno paura di esporsi».

GLI ABUSI.
Malalai Joya, membro del parlamento afghano dal 2005 al 2007 (quando fu espulsa per aver denunciato pubblicamente la presenza di criminali di guerra nell’assemblea parlamentare), sostiene che anche gli Stati Uniti hanno chiusogli occhi sulla tragedia delle donne afghane.
«Sono d’accordo – dice Samia – nessuno si chiede perché la situazione delle donne sia tutt’oggi infernale.
In numerose province le donne continuano ad essere vittime di stupri, violenze domestiche, autoimmolazioni, avvelenamenti, abusi sessuali, matrimoni forzati, mentre le ragazzine rischiano di essere sfregiate con l’acido nella strada verso la scuola.
Perfino la rivista Time ha condotto un reportage sulla condizione delle donne afghane, ovviamente senza mai ribadire che questi abusi continuano ad essere perpetrati sotto l’occupazione militare».

MINISTERO PER IL VIZIO.
Da parte sua il governo Karzai, sostenuto dalla comunità internazionale per “guidare il Paese verso la democrazia” non si è nella sostanza impegnato per la promozione dei diritti delle donne: nel 2006 ha reintrodotto il famigerato “Ministero per il vizio e la virtù”, nel marzo 2009 ha approvato una legge, gradita dai gruppi di potere sciiti, secondo cui le donne non possono rifiutarsi di avere rapporti sessuali con il marito e non possono recarsi al lavoro, dal medico o a scuola senza il suo permesso, infine, nel gennaio 2011, il Consiglio dei ministri afghano ha promosso un provvedimento che prevede che le case rifugio per donne maltrattate, una delle poche vie di scampo contro le violenze, non vengano più gestite dalle Ong internazionali e afghane, ma dal Ministero degli affari femminili cercando quindi di porle sotto il controllo del governo che ha al suo interno persone estranee, se non ostili alla cultura dei diritti delle donne.
«La condizione delle donne In Afghanistan non può essere imputata alla nostra cultura né all’Islam – sostiene Samia – La legge sciita contro le donne così come le aperture nei confronti dei talebani cosiddetti moderati sono funzionali al governo Karzai che è diviso e instabile, ma che si dimostra accondiscendente nei confronti degli interessi economici e politici degli Stati Uniti e della Nato.
Le donne non sono che il capro espiatorio, le prime vittime dell’instabilità e della guerra nel paese. Se i talebani tornassero al potere, gli Stati Uniti non avrebbero difficoltà a collaborare con loro.
Gli tornerebbe, infatti, più utile che in Afghanistan ci sia una struttura legislativa fragile e volta alla repressione piuttosto che un governo indipendente, democratico e a favore dei diritti delle donne».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Hai bisogno di aiuto?