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IL NOSTRO POPOLO CHIEDE COMPRENSIONE E NON GUERRE

Da: TERRA

0420 0905 2616 5849 soldiers in afghanistan o 300x199Samia Walid, attivista di RAWA – Revolutionary Association Women of Afghanistan – è nuovamente in Italia per tessere rapporti di sostegno alla sua organizzazione. E’ testimone diretta dell’aria sempre pesantissima riservata dal sistema afgano a chi cerca alternative alla morsa della morte in cui Taliban, Signori della guerra, forze Isaf e governo Karzai costringono la popolazione.

Signora Walid, cos’è accaduto negli ultimi mesi agli attivisti democratici afgani?

Dopo i sommovimenti nordafricani il governo di Kabul e i suoi sostenitori statunitensi hanno sensibilmente stretto le maglie dei controlli su qualsiasi attività delle forze democratiche che si mobilitano contro l’occupazione dell’Afghanistan. I servizi e la polizia hanno arrestato alcuni esponenti di partiti e associazioni che avevano organizzato proteste contro l’Esecutivo Karzai, anche alcune nostre attiviste hanno avuto non pochi problemi.

Siete costrette alla clandestinità, ma come fate a divulgare pubblicamente il vostro pensiero?

In effetti è difficile senza spazi per l’informazione. A Rawa non è permesso l’accesso a radio e televisioni di cui negli ultimi tempi il nostro paese vanta una crescita. In piu’ ci è vietata la pubblicazione di un organo ufficiale e non siamo certo ospitate dai giornali di regime. Però nei tanti anni di lavoro sociale, grazie ai corsi di formazione su diritti umani e femminili, abbiamo sviluppato un’ampia rete di contatti con la quale riusciamo a distribuire informazioni. Questi canali, pur artigianali, ci consentono di raggiungere comunque una buona fetta della popolazione.

In una nazione che da oltre trent’anni vive una guerra ininterrotta le azioni non violente per i diritti civili riescono a trovare ascolto?

Il processo democratico in Afghanistan è giovane e le sue voci sono estremamente nuove. Eppure prima dei lunghi tempi di guerra il Paese aveva una sua tradizione democratica. Purtroppo c’è una campagna condotta dagli occidentali che tende a spiegare tutto ciò che da noi accade con un’impronta antropologica; si vuole giustificare ogni cosa coi tratti caratteristici degli Afgani. Il nostro popolo è un popolo come qualunque altro, necessita di rapporti e comprensione, non delle guerre e dei metodi coercitivi impostigli dall’altro. Ma di questo non si tiene volutamente conto.

 

Da tempo Rawa lancia pesanti accuse all’Occidente per la falsa esportazione della democrazia tramite l’intervento militare Nato e per la sbandierata rappresentatività del parlamento afgano. Chi sono gli uomini e le 69 donne eletti nell’odierna Wolesi Jirga?

All’inizio della campagna di Enduring Freedom gli Stati Uniti si sono presentati come portatori della democrazia e dei diritti, però la maschera è presto caduta. Il governo che l’Occidente sostiene fornendogli una patente democratica è formato da fondamentalisti dell’Alleanza del Nord o dai vecchi Mujaheddin che si sono combattuti e hanno distrutto il Paese. Per fare un’operazione di maquillage Karzai ha aperto il Parlamento alle donne e ha formato niente meno che un ministero per gli affari femminili. Purtroppo queste presenze sono solo di facciata. Le parlamentari donne, per poter sedere su quegli scranni, si sono legate ai gruppi politici dei Signori della guerra; se non fosse stato così sarebbe stato per loro impossibile ottenere il via libera.

L’economia afgana si regge totalmente sui finanziamenti occidentali e sulla produzione ed esportazione dell’oppio. Gli Usa che proteggono questo mercato ricevono dal riciclaggio del narcotraffico cospicue entrate che risultano utili nell’attuale crisi interna e mondiale. Chi potrebbe elaborare un differente quadro economico per il vostro Paese?

Pur occupandoci di diritti noi ribadiamo sempre il rapporto strettissimo che c’è fra politica ed economia: se la prima non trova buone soluzioni naturalmente l’economia non ha margine per procedere. Molti osservatori affermano che se dovessero improvvisamente interrompersi i finanziamenti occidentali o si dismettessero produzione ed esportazione d’oppio, l’Afghanistan incapperebbe in una gravissima crisi di sostentamento. Noi riteniamo che ci servirebbe un governo realmente democratico che pensi a valori e interessi delle persone. L’Afghanistan ha talune risorse che potrebbero essere meglio sfruttate. Con una politica sana gli stessi Afghani potrebbero risultare protagonisti dei propri destini. Le difficoltà non mancano ma vanno affrontate. Invece, da anni la guerra mantiene congelato ogni possibile cambiamento.

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