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Afghanistan: guerra ai rifugi delle donne – Da L’Unità del 5 marzo 2011

Per molte donne in fuga da stupri e violenza, le case protette sono state l’unica chance di salvezza.

Ora Karzai vuole cancellarle. Con un decreto le strutture passeranno sotto lo stretto controllo del governo. 

Di Cristiana Cella – L’Unità – 5 marzo 2011

Sono gli “shelters”, le case protette, l’unica possibilità di salvezza per le donne afghane che riescono a fuggire dall’inferno di una famiglia violenta. Spesso, l’unica opportunità di salvarsi la vita. O meglio lo erano.

A gennaio, il Presidente Karzai e il Consiglio dei Ministri afghano hanno varato un decreto secondo il quale, entro 45 giorni dalla sua entrata in vigore, le «case rifugio» passeranno sotto il controllo del Ministero degli Affari Femminili. Le Ong di donne afghane che, con competenza e coraggio le hanno gestite fino ad ora, rischiano

di essere tagliate fuori. Per decidere la sorte delle vittime che cercano rifugio sono state nominate due Commissioni che non hanno né la libertà di pensiero, né la volontà, né la competenza per occuparsene.

La prima, composta da membri nominati dal governo, dovrà «monitorare» gli shelters, e un’altra discutere i «casi», sotto la guida della Corte Suprema di Giustizia, l’organo più oscurantista del Paese, che aveva già provveduto a preparare il terreno con una legge ad hoc: la donna che si allontana da casa per rifugiarsi nei centri di accoglienza commette reato. Che sia stata sottoposta a torture e abusi o sia in pericolo di vita non ha nessuna rilevanza, nonostante la Costituzione imponga allo Stato di tutelare l’integrità fisica e psichica delle donne all’interno della famiglia.

Le regole governative per l’accesso ai rifugi sono paradossali. La donna dovrà essere accompagnata da un mahram (parente maschio o marito) per evitare le imputazioni della Corte. È evidente che nessun marito lo farà mai, essendo, nella maggior parte dei casi, il responsabile delle violenze. Per le donne accolte ci sarà l’obbligo di sottoporsi a costanti «perizie mediche» per il controllo della loro attività sessuale. Esami traumatici per chi ha già subito violenza, che violano la dignità e l’integrità fisica. Una logica in cui la vittima è già imputata euno stupro equivale all’adulterio. Se poi venisse rimandata a casa, cosa che spesso viene pretesa dalla famiglia e rifiutata dalle Ong afghane, vivrebbe nella vergogna, sconterebbe punizioni pesanti e potrebbe essere giustiziata.

 

«Non possiamo permettere che gli shelters diventino prigioni e il luogo di ulteriori violenza per le donne che cercano aiuto». Dice Selay Ghaffar, direttrice di Hawca, Ong che gestisce da anni le case protette. Infine, non ci

sarebbe più alcun controllo sui fondi dei donatori internazionali, data l’endemica corruzione del sistema afgano.

Gli shelters erano già, da mesi, oggetto di una campagna denigratoria da parte dei media. Il canale televisivo Noorin Tv, di proprietà del partito fondamentalista di Massud, ha presentato i rifugi  come luoghi  scandalo.

Campagna pericolosa in un Paese tradizionalista come l’Afghanistan, che mette in pericolo la vita delle vittime e quella dello staff che le accoglie, per il quale pregiudizi culturali, intimidazioni e minacce sono all’ordine del giorno.

«Abbiamo sempre collaborato con il Ministero degli Affari Femminili» precisa Selay, «se vogliono gestire i propri shelters, metteremo a loro disposizione le nostre competenze, ma devono lasciarci lavorare in pace».

Il giudizio di Rachel Reid, ricercatrice di Human Rights Watch , è deciso: «Karzai deve compiacere il suo governo corrotto e pieno di warlords misogini» dice, «e cerca il sostegno dei talebani in vista della ‘riconciliazione’. Questo sulla pelle delle donne che dovrebbe proteggere».

L’ITALIA

E Karzai sa che deve anche salvare la faccia davanti alla comunità internazionale che si è mobilitata a seguito dell’allarme lanciato dalle ONG. Il 21 febbraio, si è svolta a New York una riunione convocata dall’Aihrc (Afghan Indipendent Human Rights Commission), a cui hanno partecipato membri del Governo afghano, degli Stati Uniti, e

dell’ONU. A questa pressione il Presidente ha risposto con una parziale, quanto ambigua, marcia indietro.

Le Ong ne prendono atto ma aspettano i necessari chiarimenti e le dichiarazioni ufficiali. Non si può certo abbassare la guardia quando il governo afghano continua a varare leggi che violano i diritti umani e delle donne, con effetti tragici. Le nazioni democratiche presenti in Afghanistan, in particolare l’Italia, avrebbero il dovere di

intervenire pretendendo da Karzai il ritiro di queste disposizioni. A questo proposito, giovedì, la senatrice Pd Amati ha presentato un’interrogazione al Senato. Speriamo che l’ascoltino.

La villetta segreta dove 35 afghane hanno trovato rifugio e speranza

La casa è segretissima, una modesta villetta, come tante altre a Kabul. Ci è permesso visitarla perché siamo una delegazione Cisda (Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afgane) che sostiene i progetti di Hawca da dieci anni. Rispetto e fiducia guadagnati sul campo. Le ragazze si stringono una vicina all’altra, parlottano tra loro, con timore e impazienza. Rimangono sulla porta, entriamo veloci. Non è prudente farsi vedere in cortile. I sorrisi brevi, un po’ imbarazzati, non sono abituate alle visite. Nessun estraneo frequenta la casa, nessuno deve sapere dove si trova, due guardie fidate, armate, le sorvegliano. Le ospiti sono 35, il numero massimo, dai 9 ai 45 anni, alcune hanno i bambini con sé. La casa è aperta dal 2003, 13 dipendenti più il personale legale, tutte donne, tranne l’autista e le guardie. Orario di lavoro dalle 8 alle 16 e dalle 16 alle 8. Sono sempre seguite da personale specializzato, istruito in Italia.

Arrivano in condizioni psicofisiche spesso disastrose. Il chek up e l’aiuto medico e psicologico sono le prime tappe obbligate. Il tempo, allo Shelter, è occupato 24 ore su 24. Impegnare le mani e la mente aiuta.

Il vuoto lascia libera la sofferenza, nutre il disagio. Sveglia alle 5, l’ora della preghiera, per chi vuole. La prima ad arrivare è la psicologa per gli esercizi di rilassamento. Dalle 8 alle 10,30 corsi di alfabetizzazione, poi, training di sartoria nel laboratorio, pranzo e studio. La sera cena e tv.

Altre attività sono previste nei pomeriggi. Ci sono corsi di «diritti umani» e delle donne,di consapevolezza legale,

sulla Costituzione e la legge islamica, tenuti da un avvocata e la psicologa per la terapia di gruppo e individuale. Corsi di igiene e cure di base e attività fisica, una volta alla settimana. Il medico le visita e le cura dentro lo shelter. L’assistenza legale è garantita da avvocate che si occupano dei processi, affrontando battaglie difficili:divorzio, custodia dei figli, giustizia per le violenze subite.

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