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AVVOCATE A KABUL

Li vediamo schizzare nelle città su belle macchine, arringare in tribunale, indagare al fianco di fascinosi poliziotti, rilassarsi in ristoranti alla moda, risolvere efferati delitti e banalità quotidiane. Sono gli avvocati, protagonisti di molte serie e film televisivi: avvocati a New York, a Las Vegas, a Londra, a Roma, Parigi. Ma cosa vuole dire essere avvocati a Kabul? O meglio avvocate?

Decisamente è un altro mondo. Ce lo racconta Selay Ghaffar, presidente di Hawca. Anche le avvocate di Kabul si muovono in macchina, o meglio in vecchi pulmini in grado di portare almeno sei persone. Non guidano, sarebbe una pericolosa provocazione anche a Kabul, altrove nel paese, è inconcepibile. L’autista è anche una sorta di guardia del corpo, indispensabile: è rischioso per una donna muoversi da sola, a maggior ragione per un’avvocata. «I nostri avvocati sono tutte donne, prima di tutto perché vogliamo promuovere il loro lavoro e la loro competenza, e poi, perché solo una donna capisce veramente i problemi delle altre».

Solo di una donna le ragazze in difficoltà si fidano. «Negli uffici dei Centri Legali, a Kabul, Herat, Jallalabad. le donne arrivano dopo molte peripezie, con un carico pesante. Sono spaventate, confuse, sole. Arrivano dalla città o da villaggi sperduti. Le avvocate accolgono, i gesti, le parole della loro vita che raccontano spesso per la prima volta, che emergono con difficoltà. I problemi con cui hanno a che fare tutti i giorni sono matasse intricate, fatte di mille altri problemi e il cammino per uscirne è una corsa a ostacoli, tra nemici brutali. Le avvocate ascoltano e cercano di mostrare quella piccola luce in fondo al tunnel, la speranza di farcela. Poi si comincia a sbrogliare la matassa. Per ognuna di loro sarà una battaglia sfibrante, combattuta su più fronti. Devono capire, prima di tutto, se la donna è in pericolo nella sua famiglia, se deve essere allontanata e protetta. Se è malata devono trovare il modo di curarla, facendosi aiutare dai medici amici che curano gratis. Non ce ne sono molti. Poi devono esplorare le possibilità di vita, le risorse disponibili. I pilastri fondamentali della sopravvivenza: dove stare, con chi, come mantenersi. Se è necessario le ospitano nelle ‘case protette’. Se vogliono. Alcune rifiutano, in genere per non lasciare i figli. Se tornano in famiglia, bisogna trovare il modo di proteggerle mentre si cerca di risolvere il caso, in tutti i suoi aspetti. Gli attori del dramma sono molti. Lavorare con loro richiede diplomazia, capacità di persuasione, fermezza. Interrogare, convincere, mediare, trovare un compromesso».

Viaggiano molto le avvocate di Kabul. Si spostano nell’esasperante traffico della città, nelle pozze di fango, tra le voragini di detriti, nella polvere onnipresente di 30 anni di distruzione. Tra le baracche improvvisate, nelle case di terra, arrampicate sulle colline che dividono la città, negli spettri di case distrutte dove la gente abita, e nelle ricche ville kich, in stile ‘narcobarocco’, come viene chiamato. Oppure affrontano lunghi viaggi, spesso pericolosi, su strade insicure, per raggiungere i villaggi di origine delle loro assistite, per discutere con le famiglie. E’ questo il primo fronte sul quale si combatte la battaglia per ogni donna che chiede aiuto. Ci vanno spesso le avvocate, molte volte, per ogni caso. Parlano con mariti, padri, fratelli, cognati, suoceri. Le donne che hanno avuto il coraggio di parlare sono evidentemente a rischio. A volte, quando trovano collaborazione, coinvolgono la polizia locale, perché sorveglino gli uomini, perché non si sentano più impuniti nei loro abusi quotidiani.

Non sono interlocutori facili. Possiamo immaginare l’accoglienza che ricevono quando bussano alla porta. «Se vieni da fuori nessuno ti rispetta,» racconta Selay- «a maggior ragione perché sei donna, ancor di più perché sei magari di un’altra etnia. Una tagika, ad esempio, non può permettersi di discutere le leggi tradizionali dei pashtun, per loro è estranea, nemica. E, soprattutto, sei lì per difendere i diritti della moglie, cerchi di ottenere il divorzio, di portargliela via, di rovinare la sua famiglia e il suo onore, di accusarlo. E’ una fase molto rischiosa per le nostre avvocate. Sono continuamente in pericolo, minacciate, insieme ai loro parenti».

La battaglia continua sull’altro fronte, quello legale, che si combatte nei tribunali. Anche qui gli ostacoli non mancano. Alleati? Pochissimi. Qualche giudice onesto che ancora resiste, alcune leggi forse. «Usiamo tutte le leggi possibili per vincere le cause. Quelle giuste sono poche ma, se usate bene, possono proteggere le donne». Ci sono diritti, come l’uguaglianza di uomini e donne di fronte alla legge, sanciti nella Costituzione Afghana, c’è il Cedaw, ad esempio, la Convenzione per l’Eliminazione di tutte le Forme di Discriminazione contro le Donne, che l’Afghanistan ha sottoscritto, primo tra i paesi musulmani, nel 2003. Il problema è che quasi nessuno le applica, nessuna autorità obbliga i giudici a farlo.

«I giudici sono parte, in genere, del sistema di potere fondamentalista dei warlords che governano il paese, obbediscono a loro, molti sono addirittura criminali. La mentalità è la stessa dei talebani. Sono quasi tutti contro i diritti delle donne in modo pregiudiziale. Considerano la donna colpevole di portare vergogna e separazione nella famiglia, passibile di arresto se è scappata da casa, di adulterio se è stata stuprata». E, come se non bastasse, L’Afghanistan è uno dei paesi più corrotti al mondo. Nella giustizia è prassi comune. A un marito bastano pochi afghani per comprarsi una sentenza. E allora, non si vince mai? «Sempre. Finora non abbiamo mai perso».

Ma come fate?  «Le nostre avvocate sono molto testarde», sorride Selay. Se la causa si perde, non si scoraggiano. Ne intentano una nuova, ancora e ancora, finché riescono a far prevalere la legge. «E’ l’unica arma, seppure spuntata, che abbiamo». Ad esempio, nel caso della piccola Basera, una delle ragazzine sponsorizzate dai nostri lettori, sono riuscite a far arrestare lo stupratore. E hanno ottenuto il divorzio per Fahema e Saniya. Vincere una causa non significa la fine del lavoro né il riposo sugli allori. La puntata non finisce qui, come nei telefilm. E’ solo il primo passo. La strada è tutta in salita per una donna divorziata, vedova, ragazza o bambina, fuori dalla famiglia. Non possono certo abbandonarle adesso. Devono aiutarle a costruirsi una vita possibile. A sfuggire altre trappole matrimoniali, a evitare la vendetta dei parenti, a ottenere la custodia dei figli, a trovare un posto dove stare e il denaro per vivere.

Selay scuote la testa. Ogni caso è diverso e così complicato a volte che per lei è difficile spiegarmelo. Le insidie saltano fuori dappertutto e i casi nuovi continuano ad arrivare. «E’ qui che gli sponsor diventano fondamentali. Per rompere la totale dipendenza che rende la donna schiava degli uomini e delle famiglie. Perché possa avere qualcosa di suo da mettere in campo nel gioco della sua vita. Un piccolo stipendio, in un anno in cui l’assistiamo, può diventare la salute, un lavoro, la scuola, una formazione, la sicurezza. Può fiorire in tanti modi». Ma l’impegno delle avvocate afghane non è ancora finito. Risolvere i casi, la vita delle loro assistite, non è ancora abbastanza, ci spiega Selay. «Dobbiamo lavorare anche sul piano politico. Se non combattiamo con i referenti politici sulla questione dei diritti delle donne il nostro lavoro non vale niente. Abbiamo bisogno di leggi più giuste, che siano applicate, sono le nostre uniche armi e devono funzionare in tribunale. Non possiamo limitarci a fare dei progetti e basta. Vogliamo che il nostro diventi un paese libero in cui i diritti di tutti siano rispettati».

Questo significa una costante vigilanza sulle mosse del Governo e del Parlamento. Fronteggiare la spinta fondamentalista sulla giustizia. Una tenace opposizione alle leggi ingiuste, che negano i diritti delle donne e la difesa di quelle che invece possono farle vincere in tribunale. E significa organizzare incontri con le colleghe, con le Organizzazioni Umanitarie internazionali, discutere, allearsi, proporre, opporsi. «A volte abbiamo meetings dalle otto del mattino a mezzanotte». Sospira Selay. Le avvocate a Kabul, non hanno molto tempo per rilassarsi. Ma ogni minuto della loro complicata giornata per essere fiere di se stesse.

PERCHE’ TANTA VIOLENZA CONTRO LE DONNE IN AFGHANISTAN?

E’ una domanda che le persone fanno spesso qui da noi, quando ascoltano, annichiliti, il racconto dell’inferno delle donne afghane. Ecco la risposta di Selay. «Io vengo spesso in Europa e negli Stati Uniti e per me è penoso ascoltare l’opinione di molti media occidentali, anche di quelli che lavorano per la cosiddetta stampa democratica. Secondo loro, me lo ripetono spesso, la ragione per la quale siamo vittime di violenza è la cultura afghana. Perché donne e uomini sono ignoranti e seguono tradizioni barbare. Ma non è così. Noi riceviamo donne da ogni parte dell’Afghanistan, di tutti i gruppi etnici e sociali, anche donne molto istruite che non vivono in famiglie tradizionali, magari hanno mariti che sono vissuti all’estero, tornano in patria e commettono violenza. Prima di tutto, sono convinta che la violenza contro le donne sia un fenomeno globale che riguarda tutto il mondo, in tutti i continenti. Per la mia esperienza, viaggiando molto all’estero e avendo continui contatti con organizzazioni in tutto il mondo, sono arrivata a questa constatazione. Le ‘case protette’ ci sono dappertutto e dovunque sono necessarie e piene di donne. Siamo in contatto con altri shelters, non solo in India e in Pakistan, ma anche in Europa, ad esempio in Danimarca e a Milano, professioniste che ci hanno aiutato nel nostro lavoro. In tutti questi posti la violenza contro le donne è simile. L’unica differenza è che qui c’è il sostegno della legge e da noi no. In Afghanistan, dopo tanti anni di brutalità e di guerra, le condizioni di vita della gente sono disastrose e questo imbarbarisce le relazioni. Ma la violenza contro le donne sta aumentando sempre di più soprattutto perché è tollerata e sempre più impunita. La cosa peggiore, che uccide la speranza, è che le donne non hanno giustizia. Le persone che formano il nostro attuale governo sono fondamentalisti hanno commesso crimini di guerra, hanno distrutto il paese e hanno violato i diritti umani di uomini donne e bambini.

Questa gente vuole mantenere il proprio potere anche attraverso l’oppressione delle donne, controllare la vita di metà della popolazione. E non ha nessuna intenzione di applicare leggi che glielo impediscano e che si rifiutano di riconoscere. La giustizia è nelle loro mani. Il parlamento è pieno di partiti conservatori che varano leggi contrarie ai diritti delle donne. Ad esempio, La Suprema Corte, formata da moullah tra i più integralisti, sta lavorando, adesso, a un progetto disastroso per formalizzare e far diventare legge dello Stato il sistema tradizionale legale, le jirga, nel quale le donne sono schiave dei loro mariti e delle loro famiglie e i loro diritti non esistono. Se passasse sarebbe una tragedia: non avremmo più nessun modo per salvare le donne che ci chiedono aiuto».

L’allarme sulla giustizia che esclude le donne dai propri diritti, è stato lanciato anche da Nader Naderi, commissario di AIHRC, Afghanistan Independent Human Rights Commission: «Finché non verranno applicate le leggi fondamentali, il flagello della violenza non potrà essere eliminato. È necessario che anche nelle scuole religiose s’insegni il rispetto per le donne».

Cristiana Cella, L’Unità, 2 agosto 2011

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