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Intervista a Selay Ghaffar, direttrice di Hawca – Humanitarian Assistance for Women and Children of Afghanistan

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A cura di Antonella Vicini

È una donna giovane e bella, Selay Ghaffar. È afghana, di etnia pashtun, ed è impegnata da anni, fin da ragazzina, nella difesa dei diritti dei suoi connazionali. Ora dirige l’Hawca, «Humanitarian assistance for women and children of Afghanistan», un’associazione che dal 1999 sta portando avanti una serie di progetti finalizzati all’inserimento delle donne nel processo di ricostruzione e di sviluppo del Paese.
Ed è per questo che dopo la laurea a Islamabad, dove era rifugiata con la sua famiglia, è tornata nella sua Kabul.

A capo di una delegazione composta da altre sette rappresentanti della società civile, Selay era a Londra durante la Conferenza sull’Afghanistan per seguire le sorti di una guerra che non sembra essere mai finita e la cui soluzione pare risiedere, ora, nella strategia di «reconciliation» e «reintegration» dei talebani moderati nelle istituzioni.
Riconciliazione e re-integrazione: due parole che per lei e le altre sue connazionali hanno un suono stridente e doloroso, che riapre ferite non ancora sanate.
«Prima di tutto bisognerebbe domandarsi: chi sono i talebani moderati? Come si può distinguere il moderato da quello estremista? Come ci si può fidare di loro?», si chiede, parlando velocemente, senza rabbia, ma con un’enfasi e una decisione che fanno trapelare una certa emotività.
«Non crediamo assolutamente in una possibilità di reintegrazione o di poter siglare un accordo con questo tipo di persone. E non vogliamo che le donne rappresentino una merce di scambio. Siamo sicure che portare di nuovo questa gente brutale al potere, pagandoli per questo, procurerà altra sofferenza alle donne e le costringerà di nuovo a casa. Questa non è una reale strategia politica».

Dal 2001 a oggi ci sono stati dei cambiamenti positivi nel Paese?

«Credo che dopo la caduta dei talebani ci fosse la speranza che la situazione delle donne e dei bambini sarebbe andata via via migliorando.  Alcuni sforzi, effettivamente, sono stati fatti dalla comunità internazionale e da alcune Ong nazionali, come la Hawca. Nonostante questo, però, è evidente che la condizione  delle donne in molti casi è  andata peggiorando, a causa del deterioramento della sicurezza e di  una politica sbagliata portata avanti dalla comunità internazionale».

Al di là di quello che accade nelle grandi città, come Kabul ed Herat, come si vive nel resto del Paese?

«Il caos, che è sotto gli occhi di tutti, ha ripercussioni dirette soprattutto sulla vita dei più deboli.  Nonostante i programmi di scolarizzazione, ad esempio, a molti bambini è impedito di andare a scuola per il timore di rapimenti e di finire nella rete di traffici di essere umani: le bambine sono portate nei bordelli in Pakistan e i bambini in Arabia Saudita a lavorare come schiavi nelle fabbriche. Per quel che riguarda le donne, c’è stata una crescita degli abusi sessuali, perché non esistono punizioni per chi compie questi crimini che offendono la dignità umana e i diritti universalmente riconosciuti. Io credo che la ragione del nostro peggiorare risieda proprio in questa cultura dell’impunità».

E la comunità internazionale?

«Non basta dare fondi. Miliardi di dollari sono arrivati in Afghanistan dal 2001 a oggi, ma a cosa sonoserviti? I soldi ritornano agli stessi Paesi occidentali in termini di palazzi che costruiscono per i loro impiegati, di stipendi e di sicurezza privata. E la gente comune? La mortalità infantile è cresciuta,  come la povertà; la crisi economica e occupazionale è aumentata. Le donne non hanno la possibilità di dar da mangiare ai propri figli e molti di loro sono per strada. La comunità internazionale non sta facendo abbastanza».

La Hawca è attiva dal 1999. Cosa significa essere delle militanti in Afghanistan?

«Naturalmente essere donne in Afghanistan significa sempre lavorare in una situazione critica e affrontare delle sfide quotidiane, sfide che non riguardano solo la sicurezza,ma anche la politica, visto che ci troviamo a confrontarci con un governo che comprende i signori della guerra. Ma io credo che essere donne in Afghanistan voglia dire, prima di tutto, prendersi degli impegni nei confronti di tutti e non dimenticare che si hanno delle responsabilità. Noi sappiano che dobbiamo lavorare sodo per ottenere i nostri diritti e per raggiungere una società democratica in cui ci sia uguaglianza fra uomini e donne.
Questo ci dà coraggio per continuare a lottare e portare avanti le nostre sfide».

Questo è il motivo per cui lei ha deciso di tornare a vivere e a operare aKabul, nonostante i rischi?
«Quando avevo pochi mesi di vita, la mia famiglia è andata via a causa della guerra in corso (contro la Russia, ndr), così io ho passato la maggior parte della mia vita come una rifugiata, in un altro Paese. Ma anche allora io ero impegnata nei campi profughi afghani. Credo che lavorare per la propria gente e restare in contatto con loro, per capire le loro condizioni e vedere la miseria in cui vivono, capire quello di cui hanno bisogno sia un dovere.
Noi non lavoriamo soltanto a Kabul o a Herat, ma in tutte le altre province e distretti dove c’è miseria e povertà».

Ha paura?

«Quando si porta avanti una battaglia il problema non è la paura. Ricevi delle minacce, ma hai una sfida davanti e credi sia giusto sacrificarsi per questo”.

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