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Cosa sta succedendo in Afghanistan

Sono ancora troppe le zone d’ombra sull’Afghanistan

di Simona Cataldi (CISDA ROMA)
da il paese delle donne – 15 dicembre 2010 

Le organizzazioni non governative fondate per recepire i cospicui finanziamenti arrivati a partire dalla cacciata dei talebani (oltre 25 miliardi), sono centinaia e fanno capo a signori della guerra e fondamentalisti che purtroppo, ancora oggi, giocano un ruolo chiave all’interno del paese.

Dopo nove lunghi anni di ricostruzione delle infrastrutture economiche, delle istituzioni politiche e del tessuto sociale dell’Afghanistan, le vittime militari e soprattutto civili della “missione di pace” e gli indicatori di sviluppo, ancora da quarto mondo, del paese, hanno messo in discussione la rappresentazione mediatica dell’impegno per la pace e la democrazia della Nato, scosso l’opinione pubblica mondiale e persuaso la comunità internazionale al ritiro delle truppe.
Il processo di transizione va avanti e va promosso.
Ma per arrivare all’esito sperato entro il 2014 arriva il monito a sostenere il governo Karzai, frutto di elezioni all’insegna di brogli e inganni reiterati.

Recentemente i media mainstream hanno dato spazio alle parole di Gorbaciov, della Russia protagonista dell’occupazione degli anni ’80, sull’ipotesi di tornare nel paese a sostegno dell’intervento internazionale.
L’opinione dell’ex leader sovietico è tanto significativa quanto incisiva e determinante per la storia del paese è stata la presenza quasi decennale delle truppe sovietiche.

L’occupazione è una delle ragioni alla base dell’instabilità che dal quel momento ha caratterizzato, tristemente, lo scenario sociale e politico dell’Afghanistan.
Al ritiro della Russia, segue la guerra civile (1992-1996) tra le differenti fazioni dell’Alleanza del Nord nata in funzione antisovietica e sostenuta dagli Stati Uniti. Tra le mille anime della resistenza, fu finanziata quella più funzionale agli interessi internazionali e più lesiva dei diritti umani della società afghana.
Quella che fomentava le disperate masse di civili attraverso la propaganda del fondamentalismo religioso. Successivamente fu la volta dei talebani, anche loro foraggiati dall’estero, oggi, di nuovo i signori della guerra civile del ’92 che ha mietuto oltre 60.000 civili innocenti.

 

L’insicurezza permanente che da allora ad oggi caratterizza il paese ha determinato l’affermazione del fondamentalismo come sistema di controllo politico e patriarcale di una società poliedrica, multilinguistica, multietnica, appartenente a differenti credo religiosi e, dalle testimonianze raccolte, non particolarmente osservante.

Il CISDA è un Coordinamento Nazionale di associazioni a sostegno delle donne afghane e nasce dall’esperienza di una piccola parte di noi, che attraverso una pratica che può definirsi dal basso, ha iniziato a organizzare missioni in loco a proprie spese per costruire, rafforzare e alimentare la sinergia con un gruppo di attiviste che rivendicavano giustizia, laicità e democrazia nel paese, ma soprattutto, uguaglianza ed empowerment: le donne di Rawa, l’Associazione Rivoluzionaria delle Donne dell’Afghanistan nata durante la famigerata occupazione sovietica.

In dodici anni di attivismo ed impegno, abbiamo individuato interlocutori – associazioni locali, onlus, partiti politici, singoli individui – affidabili e seri verificando, viaggio dopo viaggio, il lavoro sociale e politico che portano avanti per ricostruire stato di diritto e democrazia. _ Le organizzazioni non governative fondate per recepire i cospicui finanziamenti arrivati a partire dalla cacciata dei talebani (oltre 25 miliardi), sono centinaia e fanno capo a signori della guerra e fondamentalisti che purtroppo, ancora oggi, giocano un ruolo chiave all’interno del paese.

Nel 2003, abbiamo deciso di darci una veste istituzionale per supportare e finanziare i progetti di sviluppo delle ONG locali che sosteniamo (HAWCA- Humanitarian Association for Afghan Women and Children; OPAWC – Organization for the Promotion of Afghan Women’s Capabilities; AFCECO – Afghan Child Education and Care Organization) e che lavorano per l’educazione, l’alfabetizzazione, l’assistenza sanitaria di base, gestiscono orfanotrofi, shelter per le donne maltrattate e iniziative di micro-credito.

Per quanto possa avere valore il supporto economico che riusciamo a garantire con i nostri mezzi a questi interventi a sostegno della tutela e della promozione dei diritti umani fondamentali, gli anni di esperienza di questa realtà tanto complessa e il lavoro appassionato di Rawa ci hanno persuaso a ritenere l’impegno politico e di denuncia della situazione del paese molto più importante dei singoli progetti di sviluppo.

L’apertura di scuole femminili laddove il tasso di alfabettizzazione delle donne rimane, a nove anni dalla caduta del regime talebano, estremamente basso, è senza dubbio significativa.
Tuttavia, nell’ambito di un processo di ricostruzione sostenuto e monitorato dalla comunità internazionale, compresa l’Italia, è fondamentale il riconoscimento fattivo e non solo formale del diritto all’educazione e all’istruzione. Lo stesso vale in ambito sanitario, per l’esercizio libero dei diritti politici, per l’accesso al lavoro…

Cosa sta succedendo in Afghanistan?

In Afghanistan c’è una guerra. E’ evidente che nel corso di una guerra non possono esistere le condizioni di stabilità che, al contrario, sono necessarie a garantire rule of law e giustizia.

In Afghanistan c’è un governo che, da quanto emerge dalle statistiche internazionali, è secondo, dopo la Somalia, nella classifica dei paesi più corrotti al mondo. Ed è questo il governo che abbiamo contribuito ad istituire e che oggi sosteniamo.

In Afghanistan, il numero delle donne che decidono di darsi alle fiamme, di auto immolarsi e di suicidarsi per sfuggire alla violenza domestica, ai matrimoni forzati e a un destino di cui non sono ancora padrone, è aumentato vertiginosamente e ha superato le statistiche registrate durante il feroce regime talebano noto all’intera opinione pubblica mondiale per la sua misoginia.

Lo scorso luglio si è svolto il più importante vertice internazionale organizzato in Afghanistan: la conferenza di Kabul, con l’obiettivo prioritario di pianificare il futuro del paese dopo la partenza delle truppe NATO.

Vigerà una democrazia o uno stato tribale espressione dei signori della guerra e dei narcotrafficanti che attualmente detengono il potere?

O piuttosto tornerà a governare la teocrazia talebana? “Le conclusioni del summit hanno deluso l’intero popolo afghano” ha denunciato Yaqub Ibrahimini, un giovane reporter afghano più volte insignito di premi internazionali per il coraggio delle sue inchieste.
Dipinto come un grande successo di diplomazia internazionale, l’incontro si è concluso con l’impegno della comunità internazionale a spendere il 50% dei fondi attraverso i canali governativi e a completare il passaggio delle responsabilità al medesimo governo entro il 2014. Non sono stati discussi e affrontati nessuna delle contraddizioni, delle difficoltà e dei problemi determinati dalla guerra, dall’instabilità e dalla corruzione che sta affamando l’intera società civile.

Sono ancora troppe le zone d’ombra sull’Afghanistan: quali sono stati gli errori della lotta al terrorismo? Quali i risultati reali della ricostruzione delle infrastrutture economiche, politiche e sociali?

È nostro il dovere di capire, di fare luce, di dare spazio e voce a chi continua a denunciare e a rischiare la vita per questo come le donne di Rawa o i membri del SAAJS, un’associazione afghana di recente costituzione che riunisce i parenti delle vittime di violazioni dei diritti umani e crimini di guerra.
È nostro il dovere di ricercare la verità al di là della retorica e della propaganda mediatica perchè della drammatica situazione di questo paese, dove il contingente italiano è presente da dieci anni, siamo corresponsabili.

 

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