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Chi comanda a Kabul

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di Yaqub Ibrahimi

Yaqub Ibrahimi ha trent’anni e dal 2007 racconta cosa succede in Afghanistan. A Ferrara ha ricevuto il premio Politovskaja

La conferenza di Kabul che si è svolta a luglio è stata il più importante vertice internazionale organizzato in Afghanistan. Ma, come tutti gli altri incontri che l’hanno preceduta, non è stata in grado di delineare in modo chiaro il futuro del paese.
Dopo la partenza delle truppe Nato, cosa sarà l’Afghanistan? Sarà un paese democratico o uno stato tribale, dominato dai signori della guerra e dai trafficanti di droga? Oppure sarà una teocrazia guidata dai taleban? La conferenza non ha saputo rispondere a questa domanda fondamentale.
L’unica cosa che abbiamo capito è che sia i leader afghani sia quelli internazionali hanno una visione della crisi in Afghanistan molto stereotipata. E piuttosto limitata.
Dall’incontro di Kabul è emerso chiaramente che i leader stranieri non sono più interessati a questo paese, quindi sono impazienti di trovare un modo qualsiasi di liberarsene. Il vertice ha anche dimostrato che, invece di formulare un progetto a lungo termine, i leader afghani stanno solo cercando un sistema per far arrivare i finanziamenti internazionali direttamente nelle casse della burocrazia di governo corrotta, cioè nelle loro tasche.
Oggi i principali pericoli per la stabilità dell’Afghanistan sono il terrorismo, il potere dei signori della guerra, la corruzione, l’ingiustizia, la povertà la droga e un’organizzazione tribale non democratica. Erano i problemi che andavano affrontati in un grande summit. Ma dato che l’ordine del giorno aveva una scaletta poco realistica, la conferenza si è concentrata su due questioni meno importanti: il passaggio di responsabilità al governo afghano e i tempi del ritiro delle truppe internazionali dal paese.
Nel suo discorso di chiusura, il presidente Hamid Karzai ha affermato che tutti i partecipanti alla conferenza hanno trovato accordo su questi temi. Ha dichiarato che la comunità internazionale si è impegnata a spendere il 50 per cento suoi fondi attraverso i canali del governo e a completare il passaggio di responsabilità sulla sicurezza entro il 2014, per facilitare il ritiro delle forze Nato.
I partecipanti al vertice sono stati tutti d’accordo su questi due punti, anche se non c’è nessuna possibilità di metterli in pratica con successo. In primo luogo, è impossibile spendere in modo trasparente il 50 per cento dei finanziamenti internazionali passando per i canali governativi. Dopo dieci anni di presenza e di diretta collaborazione di funzionari stranieri, il governo afghano non è ancora in grado di programmare la spesa del suo budget annuale. Le statistiche interne indicano che nel 2009 la maggior parte dei ministeri non è stata capace di usare i fondi disponibili. D’altra parte, secondo le statistiche internazionali, il governo afghano è secondo nella classifica dei paesi più corrotti al mondo, dopo quello somalo. In Afghanistan non si riesce neanche a ottenere una firma da un impiegato statale senza pagare. Con questo sistema non è possibile spendere gli aiuti in modo trasparente.

 

Gli errori commessi
In questi anni la comunità internazionale ha seguito la strada sbagliata per costruire lo stato afghano. Così ha lasciato in eredità alla popolazione un governo corrotto. Inoltre ha commesso un grave errore non processando i criminali di guerra.
Quando i signori della guerra si sono sentiti al sicuro, hanno usato il loro denaro, la loro influenza e la loro forza per entrare nel governo. Hanno ricoperto quasi subito le cariche più alte delle istituzioni e assunto il controllo delle principali imprese commerciali, dei progetti di ricostruzione e del traffico di eroina.
Oggi i ministeri più importanti sono occupati dai trafficanti di droga e dalla mafia economica, che gestiscono tutti i progetti di sviluppo e si occupano dei programmi di ricostruzione promossi dalle loro stesse ong. In questa situazione è impossibile fare controlli.
La decisione di far spendere metà dei finanziamenti stranieri al governo significa versare direttamente miliardi di dollari nelle tasche dei signori della guerra e dei trafficanti di droga. La comunità internazionale avrebbe dovuto pensare, invece, a un modo per investire quelle risorse incidendo direttamente sulla vita quotidiana degli afghani, che per la maggior parte vivono al sotto della soglia di povertà e non hanno percepito nessun cambiamento reale. In questo senso, i partecipanti alla conferenza di Kabul hanno commesso due crimini, il primo contro il popolo afghano e il secondo contro i loro sostenitori.
Durante il summit nessuno ha accennato alla reale situazione del governo afghano né ha ricordato che il problema principale da discutere era la presenza al suo interno di soggetti che si arricchiscono grazie alla corruzione e all’instabilità. Anzi, un famoso signore della guerra, il maresciallo Qasim Fahim, primo vicepresidente dell’Afghanistan e noto per aver violato i diritti umani, era seduto accanto al segretario di stato statunitense Hillary Clinton.
In secondo luogo, il passaggio di responsabilità al governo afghano sul piano della sicurezza, è stato presentato in modo ambiguo. Il governo afghano non è stato in grado di elaborare in programma chiaro per dimostrare che riuscirà a controllare “democraticamente” l’Afghanistan dopo il ritiro della Nato.

Lo stato dov’è?
I progetti di Karzai sono vaghi e sembrano poco efficaci. Per dimostrare che era pronto ad assumersi la responsabilità della sicurezza del paese, una settimana prima della conferenza il presidente ha approvato un programma cosiddetto di “autodifesa”. Si tratterebbe di armare i contadini per combattere contro gli insorti. Questo fa capire chiaramente che lo stato non è in grado di garantire la sicurezza. Anche i sovietici prima di ritirarsi dall’Afghanistan rifornirono di armi le milizie tribali per difendere il regime fantoccio di Kabul. Ma queste forze si unirono subito ai ribelli e deposero il governo centrale.
Limitare le questioni da discutere al ritiro delle truppe Nato e al trasferimento di responsabilità a un governo debole e corrotto, senza definire nessuna alternativa, significa accettare la vittoria dei talebano e dei loro alleati terroristi a aiutare il trionfo dei criminali in Afghanistan. I talebano, come i signori della guerra e i trafficanti di droga sono stati soddisfatti a questo vertice, perché ne hanno ricavato alcuni vantaggi.
All’inizio di luglio, il loro portavoce Zabiullah Mujahid ha dichiarato alla stampa: “Siamo noi i vincitori di questa guerra. Gli stranieri stanno lasciando l’Afghanistan, quindi perché dovremmo trattare con loro?”. Se prendiamo sul serio la sua dichiarazione, la conferenza di Kabul non ha fatto altro che ratificare la vittoria dei taleban.

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