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Afghanistan, la guerra delle donne. Fuggono per andare a scuola

di Cristiana Cella
l’Unità 31 luglio

Farida fa l’insegnante. Ha circa 40 anni, il viso generosamente truccato, con molta cura, un piccolo foulard sulla chioma corvina. Rimane vedova quando i talebani sono al potere. I 4 figli sono piccoli e non ha più niente, tranne il suo tesoro, un diploma. Lascia la provincia e si trasferisce a Kabul. Va dritta al ministero della Cultura e Informazione. «Sono una donna istruita. Devo mantenere i miei figli, dovete darmi un lavoro e un salario».

La sua audacia è premiata, il lavoro arriva. Sarà insegnante di religione islamica nelle carceri femminili di Kabul. Per due anni. Quando perde il lavoro, insegna nelle scuole clandestine per ragazze, come le sue attuali colleghe. Le carcerate sono le sue prime allieve, dagli 11 ai 18 anni. Non le ha dimenticate. Maryam, ad esempio. Viene data in sposa a due diversi cugini dal padre e dalla madre e la questione finisce in una guerra tra famiglie. La ragazza scappa di casa e finisce in prigione. Ma la legge vuole che, in questi casi, si debba trovare un terzo marito. Il secondino è disponibile, un brav’uomo. Adesso Maryam sta bene, ha molti figli. Non tutte le storie finiscono bene. Sahar è di Herat. I genitori muoiono in un bombardamento. Va a vivere con un cugino che la violenta regolarmente. Quando rimane incinta gli chiede di sposarla e lui invece la caccia di casa.

 

Sahar sta cucinando e lui non smette di gridare. Il coltello, grande e affilato, le trema tra le mani. Un attimo e lo pianta nella gola del cugino. Poi si traveste da uomo e raggiunge Kabul. Non sa dove andare e si costituisce ai talebani. Probabilmente è ancora in prigione. Ogni casa, in Afghanistan, può trasformarsi in prigione. La follia e l’ignoranza dei talebani non se ne sono andate. No, le donne non stanno affatto meglio. Rabia è bellissima, la sua condanna. Il padre è morto, vive con lo zio. La dà in moglie a un uomo che paga bene, per la sua bellezza. Farida le insegnava a leggere e a scrivere.

Era molto brava. Dopo il matrimonio non ne sa più niente. La vede di nuovo, 15 giorni fa, quando il cadavere viene restituito alla famiglia, mutilato, offeso, torturato. Le lacrime le sciolgono il trucco sulle guance. È stato il marito a ucciderla in quel modo, ora è in prigione. Continua a dire che la ragazza si è suicidata. Gli hanno dato 15 anni. Ma la pena non è mai certa. La libertà si può comprare. È difficile sopportare il peso del dolore che le sta intorno, rimane addosso, insieme alla polvere della città. Alla sera è distrutta, a volte non ce la fa più. Ma Farida sa che ha una responsabilità verso le donne che non hanno avuto la sua fortuna: quella di nascere in una famiglia aperta che l’ha fatta studiare.

Oggi lavora nella scuola di Opawc. Non insegna più nascosta nelle cantine ma i pericoli non sono finiti. Il quartiere è povero, degradato e insicuro, come la maggior parte dei quartieri di Kabul. Polvere e fango. Fantasmi di case sforacchiate dai proiettili, dove la gente abita, fogne aperte, discariche, frequentate da capre, cani, e da persone che vanno a fare “spesa” con il sacchetto di plastica. L’elettricità va e viene, l’acqua potabile è un lusso per chi può permettersi di scavare un pozzo. Per chi non può, ci sono i camion del governo con le cisterne di plastica. Si fa la fila col secchio. Acqua cattiva che fa ammalare. Si beve anche nelle scuole pubbliche. Accanto e sopra le macerie, le surreali ville di chi ha soldi, nello stile di moda: colonne dorate, specchi, bowindow, colori improbabili, terrazze, stucchi rococò. La ricostruzione. Nei quartieri migliori, le ragazze delle famiglie più aperte, a scuola ci vanno.

Con la divisa nera e il velo bianco, sciamano a gruppi per le strade. Ma qui non c’è nessuna scuola e la mentalità delle famiglie è un muro compatto, studiare è una provocazione. Le attiviste di Opawc l’hanno scelto per questo. È qui che c’è più bisogno di loro. Samia dice di avere nove anni. Le scappa un sorrisetto, lo copre con il velo rosa, più grande di lei. Si vede che è più piccola ma tanto nessuno può controllare.

Gli ispettori del governo hanno detto che questa scuola non si può frequentare prima dei nove anni. Ma non è certo l’età a fermarla. Il padre non vuole che frequenti, le insegnanti hanno provato a convincerlo, senza risultato. È analfabeta, sarebbe una vergogna che sua figlia fosse più istruita di lui. Così viene di nascosto, con la complicità della madre. E se il padre lo venisse a sapere? Samia alza le spalle, abbassa lo sguardo. Non ci vuole pensare.

Cerca con gli occhi le compagne, molte di loro sono nella stessa situazione. Abitano lontano, vengono a piedi, nascoste dietro i veli color caramelle, le più grandi col burka. Il tragitto è un rischio, lo sanno. Vanno veloci, saltando i buchi della strada, come fanno i bambini. Potrebbero essere rapite, aggredite, vendute. I libri si nascondono. Ma nemmeno la paura è riuscita a portarsi via quella fierezza gioiosa per la conquista, un seme forte di dignità. Compare nei sorrisi, quando si insiste a guardarle negli occhi. Il cognato di Shirin è mullah nella moschea del quartiere. Tuona ogni giorno contro l’istruzione delle donne e contro quella scuola, l’unica della zona. Se le donne della famiglia studiassero sarebbe un affronto al suo onore.

Così il marito ha minacciato le insegnanti. Ma Shirin viene a scuola lo stesso, ha sei figlie, tutte analfabete. Quando avrà imparato potrà insegnare anche a loro. Per fortuna il marito lavora al mercato, esce presto. Shirin infila il burka e scappa a scuola. Solo per questo lei si sente viva. «Per mio marito io e le mie figlie siamo solo dei muli. Che senso ha una vita passata così, nella paura, senza capire niente?». Weeda non deve chiedere il permesso a nessuno. Il marito è stato ucciso nella guerra civile, ha perso tutto quello che aveva. Ha tre figlie, sono tutte lì, con lei. Le mani in grembo, i veli candidi, i vestiti pastello. Ha la pensione governativa del marito, 300 afghani, 50 dollari. Vive in una cantina, senza luce né acqua. Ma si sente fortunata ad essere lì.

Sta costruendo il futuro delle sue figlie. Diverso. Hanam Gul si alza, ha voglia di parlare. Una bella faccia combattiva, la voce potente, la parlantina inarrestabile. Le altre ridono, le lanciano battute, si toccano la fronte. È matta, dicono, vuole presentarsi alle elezioni. È per questo che studia. All’ufficio elettorale le hanno chiesto il diploma, lei ha mostrato il certificato di frequenza di questa scuola. Non basta, hanno detto, sei ancora analfabeta. «Proprio per questo voglio andare in Parlamento, per rappresentare tutte le donne analfabete come me!». Hanno cercato di cacciarla via, ma non è facile liberarsi di Hanam Gul. «Cosa credi? Anche i nostri parlamentari sono analfabeti, solo che si sono comprati un diploma!», ha gridato prima di andarsene, più convinta di prima. È sicura, ci riuscirà. Il banco dove siede, per lei, è già quello del Parlamento. Fa pratica.

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